La guerra in Ucraina e le successive reazioni del mondo occidentale hanno messo in luce alcune carenze strutturali delle economie europee. Italia e Germania, in particolare, hanno mostrato la loro forte dipendenza dalle forniture di gas russo, il cui prezzo è notevolmente aumentato nel corso degli ultimi mesi. Per evitare la ripetizione di un simile scenario in futuro, il governo Draghi ha utilizzato diverse strategie per diversificare la fornitura di combustibili fossili. E i primi risultati si possono già notare.

Più fornitori significa un’Italia meno ricattabile

La prima mossa è stata quella di stipulare nuovi accordi con altri Paesi per aumentare la fornitura di gas. In questa categoria rientrano il Qatar, l’Algeria, l’Angola, il Mozambico e l’Azerbaijan, con i quali l’Italia ha sottoscritto diversi contratti di cooperazione. Oltre a farmaceutica, giustizia e imprese, il settore al centro degli accordi è stato il gas naturale: ognuno di questi Paesi ha accettato di aumentare la propria fornitura nell’arco di pochi anni. Per fare un esempio, il gas importato dall’Algeria passerà dai 22,6 miliardi di metri cubi annuali del 2021 a 31 miliardi nel 2024.

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In alcuni casi si tratta di sfruttare maggiormente i giacimenti già esistenti, come quelli algerini e qatarioti, e i relativi gasdotti. In altri si tratta di avviare la produzione, come nel caso del Mozambico. L’Italia gioca un ruolo strategico, poiché è punto di passaggio di quattro gasdotti intercontinentali. Di questi, due la collegano ai Paesi produttori africani (Greenstream e Transmed) e due a quelli asiatici (TAG e TAP). Il vantaggio geografico in un settore così importante può quindi far acquisire maggiore peso politico al Paese a livello europeo.

I progetti dei rigassificatori

Oltre al sistema incentrato sui gasdotti, il governo Draghi ha voluto accelerare il piano sui rigassificatori. Si tratta di impianti in grado di riportare allo stato gassoso il gas naturale liquefatto, che viene trasportato da navi apposite. È un sistema più costoso e complesso rispetto a quello dei gasdotti, ma garantisce maggiore flessibilità in caso di necessità. Se per esempio uno dei Paesi coinvolti decide di interrompere la collaborazione, come ha fatto la Russia in risposta alle sanzioni europee, l’altra parte non deve fare altro che indirizzare le proprie metaniere da un altro fornitore.
Diventa inoltre indispensabile quando, per problemi tecnici, economici o di urgenza, i gasdotti non sono realizzabili. È il caso del Qatar e del Mozambico, entrambi troppo distanti per un collegamento diretto. Il secondo, inoltre, non ha ancora avviato la produzione, e il collegamento a gasdotti già esistenti farebbe slittare ulteriormente la fornitura.

La scommessa sui rigassificatori si sta concretizzando in due mosse: l’acquisto di due metaniere e la costruzione di nuovi impianti. La prima ha visto l’acquisto della Golar Tundra, una metaniera in grado di stoccare 170mila metri cubi di gas liquefatto e di riportarlo allo stato gassoso. La seconda prevede l’installazione di nuove strutture a Piombino e Ravenna, oltre a progetti simili fermi da anni in Sicilia, Sardegna e Calabria.

Tutti questi progetti hanno un tempo di realizzazione medio lungo, e richiederanno una certa costanza di investimenti, ma renderanno il Paese meno vulnerabile a ricatti esterni e situazioni impreviste.

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Riccardo Ruzzafante

Riccardo Ruzzafante, ho studiato Scienze Storiche all'Università di Torino. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista. E tu cosa stai aspettando?

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