Nella notte tra sabato 19 e domenica 20 novembre 2022 il Ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, presidente della COP 27, ha presentato in plenaria la cover decision, ovvero il documento politico di chiusura della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Per giungere a un’intesa, i negoziatori hanno avuto bisogno di trenta ore di lavoro ulteriori rispetto alla fine ufficiale della COP, prevista per venerdì 18 novembre. Un ritardo che dimostra la complessità delle trattative e della posta in gioco: basti pensare che tra venerdì e sabato si temeva che la conferenza potesse chiudersi senza un accordo vero e proprio.

Rispetto alle attese, che vedevano questa COP 27 come un’edizione di “passaggio”, i lavori si sono conclusi con l’istituzione di un meccanismo fondamentale per la lotta ai cambiamenti climatici: un fondo che dovrebbe compensare i Paesi più vulnerabili delle perdite e dei danni causati dall’insorgere di fenomeni meteorologici estremi. Un passo importante, che stride, però, con l’assenza di novità soddisfacenti in materia di mitigazione, ossia la riduzione delle emissioni di gas serra nei Paesi più sviluppati.

Il contesto internazionale pre COP 27

Questa edizione si è svolta in un contesto internazionale particolare, aggravato dalla guerra in Ucraina e dall’insorgere di innumerevoli eventi meteorologici estremi.

Il conflitto russo-ucraino ha sconvolto i mercati energetici e ha portato a un drammatico aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e delle materie prime. L’insorgere di inondazioni, alluvioni e siccità, invece, ha messo alla prova la tenuta economica e sociale dei Paesi più vulnerabili, pregiudicando ulteriormente l’accesso a cibo e acqua.

Per questo motivo, i temi legati all’adattamento e alla giustizia climatica hanno assunto un ruolo di centrale importanza per la COP 27.

Cosa si è deciso in questa COP 27: il fondo per i Loss and Damages

L’accordo finale di questa edizione, chiamato Sharm el-Sheikh Implementation Plan, prevede l’introduzione di un fondo per risarcire i Paesi del Sud globale dagli effetti dei fenomeni meteorologici estremi.

L’inserimento di un fondo per le perdite e i danni è un obiettivo inseguito per oltre trent’anni dai Paesi in via di sviluppo e rappresenta un passo importante nella lotta ai cambiamenti climatici. Dimostra, inoltre, come i Paesi emergenti e vulnerabili, se coalizzati, hanno i numeri per portare l’Occidente sulle proprie posizioni.

Come riportato da Italian Climate Network, il fondo per le Perdite e i Danni ricadrà sotto l’Accordo di Parigi e dovrà essere reso operativo entro la prossima edizione della COP attraverso il lavoro di un Comitato di transizione composto a maggioranza (14 su 24) da membri del Sud del mondo. Il Comitato avrà il compito di delineare in quali contesti opererà il fondo per le Perdite e Danni e come dovrà essere implementato.

La decisione finale della COP, inoltre, include la proposta di una riforma del sistema finanziario globale e delle banche multilaterali di sviluppo, considerate ormai inadeguate per contrastare il cambiamento climatico.

In particolare, il testo invita gli azionisti delle banche multilaterali di sviluppo e delle istituzioni finanziarie internazionali a rivedere le proprie priorità, a definire nuovi strumenti per affrontare adeguatamente l’emergenza climatica globale e ad aumentare i finanziamenti per il clima

Bisogna segnalare, però, che nemmeno quest’anno gli Stati sono riusciti a raggiungere l’obiettivo di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno per la finanza climatica e che manca qualsiasi riferimento al raddoppio dei fondi per l‘adattamento, come previsto invece dalla COP di Glasgow.

Durante la COP 27 si è svolta anche la People's Plenary, la plenaria della società civile.

La società civile ha spinto molto per l’introduzione di un meccanismo di compensazione per le perdite e i danni. In foto la People’s Plenary, la plenaria della società civile.

Mancano misure adeguate per la mitigazione

Per quanto riguarda la mitigazione, ovvero la riduzione delle emissioni di gas serra, nel testo della cover decision permane il riferimento al cosiddetto target 1.5°C, ossia l’obiettivo di mantenere la temperatura globale sotto gli 1.5°C rispetto al periodo preindustriale.

L’Emission Gap Report dell’UNEP, però, avverte che, se gli Stati non cominceranno ad assumere impegni più ambiziosi, la temperatura globale potrebbe salire di ben 2.6° C rispetto alla fase preindustriale. Una soglia che, se superata, porterebbe all’insorgere sempre più probabile di fenomeni meteorologici estremi.

A questo proposito sono stati pochi gli Stati che hanno aggiornato i propri obiettivi di mitigazione rispetto alla COP 26, mentre molti hanno combattuto perché fosse eliminata la clausola stabilita l’anno scorso a Glasgow che obbliga le Parti a darsi nuovi obiettivi ogni anno più stringenti.

Per quanto riguarda l’utilizzo dei combustibili fossili, infine, permane ancora la formulazione adottata durante la COP 26: gli Stati si impegnano a ridurre gradualmente il ricorso al carbone unbated, ovvero al carbone per cui non esistono forme di compensazione, ma non si esprimono sulla riduzione o sull’eliminazione del gas e del petrolio.

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Marzio Fait

Marzio Fait

Marzio Fait. Studio European and International Studies presso l'Università di Trento e collaboro con alcuni blog e riviste. Mi occupo di politica, ambiente e cibo.

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