Venerdì 20 gennaio si è concluso a Davos, sulle alpi svizzere, il World Economic Forum, l’incontro annuale organizzato dall’omonima fondazione, che raduna ogni anno i principali esponenti della politica e dell’economia mondiale.

In questa edizione, incentrata in particolare sulla questione della cooperazione in un modo frammentato, tematica che ha dato il titolo alla rassegna, si è dibattuto del rischio recessione, del conflitto russo ucraino e di cambiamento climatico.

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Proprio per descrivere al meglio la situazione attuale, contraddistinta da scontri geopolitici, oscillazioni macroeconomiche ed eventi meteorologici estremi, il WEF ha utilizzato il termine policrisi. Un concetto, questo, che, come suggerisce il nome, sottolinea la profonda interazione tra diverse crisi, il cui impatto complessivo potrebbe essere di gran lunga superiore rispetto ai singoli eventi cataclismatici. Queste sfide, quindi, necessitano di risposte concrete ed omnicomprensive, che possano aiutare la politica e l’economia ad affrontarle efficacemente.

Al World Economic Forum c’è cauto ottimismo per l’economia globale

Come da aspettative, le discussioni del World Economic Forum hanno lasciato molto spazio ai temi della recessione e dell’inflazione. Le preoccupazioni che avevano accompagnato l’inaugurazione dei lavori del Forum, però, hanno lasciato presto spazio a un cauto ottimismo: le prospettive economiche globali per il prossimo anno, infatti, sembrano migliori di quanto si pensasse inizialmente.

In particolare, come riporta Reuters, ci sono due ragioni per essere più ottimisti. La prima riguarda la Cina. Sebbene le politiche di riapertura decise da Pechino abbiano generato un aumento dei ricoveri e dei decessi, esse dovrebbero permettere di incrementare il tasso di crescita del Paese. Gli analisti di Standard Chartered, infatti, prevedono che l’economia cinese possa espandersi di quasi il 6% quest’anno, raddoppiando il tasso di crescita registrato nel 2022. Il vicepremier cinese Liu He, inoltre, salito sul palco del World Economic Forum, ha rassicurato gli investitori stranieri, dichiarando che la Cina è aperta agli affari: “Dobbiamo abbandonare la mentalità da guerra fredda”, ha detto il vicepremier, “e cercare di aprirci di più e far funzionar meglio le cose“.

L’altra ragione riguarda l’inflazione, che negli ultimi tempi sta mostrando qualche segno di attenuazione: sebbene a dicembre i prezzi al consumo negli Stati Uniti e nella zona euro siano aumentati rispettivamente del 6,5% e del 9,2% rispetto a un anno prima, l’incremento è stato leggermente inferiore rispetto ai mesi precedenti. Di conseguenza, gli investitori hanno ridotto le loro aspettative riguardo ai futuri aumenti dei tassi di interesse.

Sempre come riporta Reuters, molti dirigenti ritengono che quest’anno gli Stati Uniti e l’Europa subiranno solo una lieve recessione e potrebbero addirittura evitare la contrazione economica.

Non è tutto oro quel che luccica

Per quanto le prospettive economiche per il prossimo anno non siano così negative, vale la pena ricordare che Davos non riflette in maniera esaustiva tutte le sfaccettature dell’economia mondiale. La maggior parte dei capi d’azienda riuniti a Davos sono esponenti di spicco di grandi imprese internazionali, la cui diffusione geografica, accesso ai mercati e potere economico consentono loro di resistere meglio agli shock economici. Piccole e medie imprese, che hanno meno strumenti per contrastare le oscillazioni dell’economia globale, e molte start up sono sottorappresentate o addirittura escluse dai lavori del Forum di Davos.

Come riporta il Guardian, poi, non è da escludere che le politiche di riapertura della Cina, per quanto possano rinvigorire la crescita economica di Pechino e incentivare le relazioni con le economie occidentali, possano portare a un aumento della pressione inflazionistica, alimentata proprio dalla domanda di materie prime.

Infine, come riporta Oxfam nel report “La disuguaglianza non conosce crisi“, pubblicato all’apertura del Forum di Davos, la pandemia, i cambiamenti climatici, il caro energia e l’inflazione hanno reso i ricchi, pochi, sempre più ricchi e i poveri, molti, sempre più poveri.

Come riporta ISPI, dal 2020 in poi l‘1% dei più ricchi si è accaparrato quasi il doppio dell’incremento della ricchezza netta globale, rispetto al restante 99% della popolazione mondiale. Le fortune dei miliardari aumentano alla velocità di 2,7 miliardi di dollari al giorno, mentre almeno 1 miliardo e 700 milioni di lavoratori vivono in Paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari. Attualmente, poi, i governi dei Paesi più poveri spendono molti più fondi per rimborsare i debiti che per sostenere la spesa pubblica destinata alla sanità. Col risultato che ogni quattro secondi una persona muore per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica e per la fame.

Mentre la gente comune fa fatica ad arrivare a fine mese”, ha dichiarato a ISPI Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International, “i super-ricchi hanno superato ogni record nei primi due anni della pandemia, inaugurando quelli che potremmo definire i ‘ruggenti anni ’20’ del nuovo millennio“.

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Marzio Fait

Marzio Fait. Mi occupo di comunicazione per il non-profit. Ho partecipato come observer alla COP 27 e alla COP28. Mi occupo di attualità, di diritti umani e di giustizia climatica. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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