La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è appena giunta in Giappone per il G7. Nell’incontro bilaterale che si è tenuto il 18 maggio con il primo ministro giapponese Fumio Kishida, la Meloni ha trattato dell’importanza di mantenere la coesione degli Stati rispetto alla Cina e di intraprendere collaborazioni per la produzione dei chip, i semiconduttori lavorati, al fine di evitare le attuali dipendenze di importazioni da Taiwan.

Ad aprile la Cina di Xi Jinping ha attuato per tre giorni esercitazioni militari con armi e aerei da guerra, simulando attacchi all’isola indipendentista di Taiwan. L’obiettivo dichiarato è riunificare Taiwan alla madrepatria comunista entro il 2049. Gli esperti di geopolitica ritengono che accanto al motivo politico  del controllo militare sull’oceano Pacifico occidentale, l’obiettivo della Cina comunista di Xi sia di appropriarsi delle industrie dei chip, come la TSMC. Taiwan detiene il controllo mondiale della produzione dei semiconduttori lavorati, da cui tutto l’Occidente e la stessa Cina dipendono.

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La Cina contro la leadership tecnologica mondiale dei chip di Taiwan

Qualsiasi apparato elettronico, dagli smartphone ai computer, dalle automobili alle lavatrici, frigoriferi e televisori, dagli aerei civili ai droni da combattimento così come per i missili civili e militari, funziona grazie ai chip. Questo minuscolo transistor è prodotto con il silicio, un metallo semiconduttore indispensabile per i circuiti integrati dell’elettronica digitale. Taiwan produce il 90% dei chip avanzati che vi sono al mondo, spesso chiamati semiconduttori per via del materiale di cui sono composti.

Se Taiwan smettesse di produrre o esportare i chip, i Paesi industrializzati si vedrebbero catapultanti indietro di cento anni. Un blocco navale cinese o la paventata invasione dell’isola di Taiwan da parte della Cina avrebbe effetti catastrofici sull’intera economia mondiale, dato che tutti i Paesi del mondo a tecnologia avanzata dipendono dai chip taiwanesi.

La realizzazione dei chip è complicata e sofisticata in quanto necessitano ben dodici aziende differenti per costruirli, ognuna specializzata in un compito diverso. Dall’assemblaggio di questa filiera ramificata costituita dalle varie compagnie si formano i chip. Dal 1974 il governo di Taiwan ha iniziato ad investire nell’industria dei semiconduttori e da allora non ha mai smesso. Di recente vi è stato il finanziamento governativo di altre cinque università tecnologiche per la formazione di ingegneri specializzati nella produzione avanzata dei chip. Nelle scuole sono le stesse industrie che forniscono agli studenti corsi di formazione elettronica.

Né i cinesi né gli americani né gli europei possiedono i tecnici formati nella lavorazione dei semiconduttori e nella costruzione dei chip, né le strutture avanzate. La produzione cinese dei chip infatti non è a tecnologia avanzata, non disponendo la Cina né di ingegneri specializzati nel settore né delle industrie necessarie. L’Europa e gli USA hanno una produzione limitata che non arriva al 10% quindi insufficiente a coprire il fabbisogno. Tra l’altro la Cina importa da Taiwan i chip avanzati ai fini della costruzione di armi elettroniche così da poter competere con gli USA per la supremazia militare alla quale tendono. E ciò spiega ulteriormente l’alleanza politica USA-Taiwan.

L’importanza per l’Europa della de-localizzazione

La globalizzazione del mercato tecnologico e la passata stabilizzazione delle alleanze economiche hanno favorito nei decenni la localizzazione e l’accentramento delle industrie dei semiconduttori a Taiwan.

Tutto ciò è cambiato con due eventi politici che hanno destabilizzato lo status quo politico-economico mondiale. La guerra in Ucraina ha evidenziato la forte dipendenza europea dal gas russo. La minacciata invasione di Taiwan da parte della Cina ha ripresentato il problema degli approvvigionamenti. La presidente Meloni presente al G7 ha sottolineato che l’Occidente deve prendere il controllo delle catene di produzione dei chip. Solo così si eviteranno dipendenze strategiche.

USA ed Europa cercano di rendersi autonome nella produzione dei semiconduttori. L’America di Biden ha stanziato 280 miliardi di dollari con l’American Chips Act. Il parlamento europeo con l’European Chips Act ha finanziato 11 miliardi di euro per lo sviluppo della produzione e per l’ampliamento della ricerca.

L’installazione di impianti prevista anche in Italia porterà ad una moderata autonomia in caso di guerra tecnologica innestata dalla Cina con l’invasione di Taiwan. In aggiunta alla creazione di nuovi posti di lavoro si progetta la preparazione altamente tecnologica delle prossime generazioni di ingegneri.

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Lucia Massi

Avvocata, assistente universitaria in U.S.A., interprete del tribunale di Roma e promotrice di cultura italiana presso la F.A.O. Le lauree conseguite in Italia e all’estero, incluso un Ph.D. presso la Columbia University di New York, attengono alle discipline giuridiche e letterarie. Laureata in giornalismo, collabora con BuoneNotizie.it.

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