Un dibattito che ciclicamente ritorna è sul salario minimo in Italia. Valutiamo i pro e i contro della proposta di istituire un salario minimo, senza connotazioni politiche e analizziamo come mai fino ad oggi non è stato ancora introdotto, nonostante la nostra Costituzione dica chiaramente che l’Italia è basata sul lavoro e ogni lavoratore ha il diritto di ricevere una retribuzione dignitosa e proporzionale al lavoro svolto.

Cosa si intende per salario minimo?

Il salario minimo è la retribuzione di base per i lavoratori, stabilita per legge, in un determinato arco di tempo. È una soglia limite di salario sotto la quale il datore di lavoro non può scendere.

Riscopri anche tu il piacere di informarti!

Il tuo supporto aiuta a proteggere la nostra indipendenza consentendoci di continuare a fare un giornalismo di qualità aperto a tutti.

Sostienici

Il tema del salario minimo in Italia nel 2023 è particolarmente dibattuto. All’inizio dell’estate il Parlamento e il Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo sulla bozza di direttiva sul salario minimo. La proposta promuove agli stati membri il raggiungimento di un salario minimo per garantire condizioni di vita e di lavoro dignitose. L’indirizzo della Commissione Europea non è però vincolante.

Fissare a 9 euro la retribuzione di base cosa significa?

La scelta di affidare il compito di determinare il livello minimo di salario alla legge e non solo alla contrattazione collettiva non è stata ancora presa, infatti il Governo Meloni ha bocciato la proposta lanciata dall’opposizione.

Oggi il salario minimo è presente nei Paesi europei quali Danimarca, Austria, Finlandia e Svezia. Paesi, al contrario dell’Italia, dove il tenore di vita pro capite è già molto alto.

Con la proposta dell’opposizione di fissare un salario minimo a 9€ l’ora, l’Italia si collocherebbe in una fascia medio-alta nella classifica europea. La classifica oggi vede per primo Lussemburgo con una media di 12,38€.

La direttiva europea dice che il salario minimo dovrebbe essere pari al 60% del reddito mediano lordo nazionale. Se operassero in questi termini, il salario minimo in Italia sarebbe pari a 6€ all’ora. In Italia molti contratti collettivi oggi prevedono un salario minimo addirittura superiore a 6€ l’ora. Che senso avrebbe prevedere una norma che non avrebbe alcuna efficacia, visto che c’è già una copertura peraltro più favorevole? Lasciando da parte la politica della questione e i contratti collettivi nazionali, quali sono i pro e i contro dell’introduzione del salario minimo?

Salario minimo, pro e contro

Secondo molti economisti introdurre il salario minimo in Italia aiuterebbe il contrasto del fenomeno del working poors, ovvero lavoratori che guadagnano troppo poco per poter vivere dignitosamente e quindi meno del 60% del salario medio nazionale. L’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea in cui gli stipendi sono andati a diminuire rispetto agli anni ’80 e i contratti collettivi, che dovrebbero tutelare alcune fasce di lavoratori, non coprono proprio tutti ma solamente l’88,9%. Lasciando così scoperte molte categorie. A questi bisogna aggiungere la categoria degli autonomi, con oltre 5 milioni di lavoratori.

La criticità, secondo altri economisti, è il fatto che l’introduzione del salario minimo non sarebbe in grado di migliorare la condizione di molti lavoratori. Anche perché, come dicevamo, i contratti collettivi prevedono spesso ben più di 6€ l’ora.

Le imprese invece premono per una misura alternativa. Il taglio del cuneo fiscale che a loro converrebbe di più perché pagherebbero meno tasse ma laddove il salario minimo è (quasi) a costo zero per lo Stato, il taglio del cuneo fiscale ha un impatto notevole sulle casse dello Stato.

Una soluzione alternativa

Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di concedere ai sindacati, maggiormente rappresentativi, la possibilità di stipulare nuovi contratti collettivi con retribuzioni parametrati al territorio. Adattando così il minimo salariale alle condizioni particolari delle zone dove il costo della vita è nettamente inferiore, cioè le zone depresse o superiore, per esempio i grandi centri urbani rispetto alla media nazionale. Dall’altra, introdurre un salario minimo comporterebbe un aumento dei costi del lavoro che influenzerebbe la produzione e l’assunzione. Difatti i dati statistici mostrano sì che l’Italia è il Paese dove il salario minimo è cresciuto meno di tutti gli altri paesi europei, ma proprio questo fattore ha fatto crescere la competitività delle nostre aziende.

Insomma, l’introduzione del salario minimo in Italia nel 2023 tutelerebbe oltre 4 milioni di persone. I settori meno pagati sono lavori domestici e agricoltura. Qualora il governo decidesse di istituirlo, questo aumenterebbe da una parte i costi per le imprese, dall’altra porterebbe una frazione di inoccupati.

Non sappiamo se le forze politiche oggi andranno avanti nella discussione ma una certezza c’è, il salario minimo non risolverà la povertà senza accompagnare le famiglie con altri supporti. Proprio come succede nei paesi europei più ricchi, i suoi percettori ricevono altri trasferimenti monetari di varia natura, come contributi per l’affitto o assegno ai figli, o contributi sociali.

 

Condividi su:
Avatar photo

Carlotta Vercesi

Parlo della nostra società e di come essa comunica. Il mio obiettivo è di scardinare la narrazione catastrofista e di raccontare le buone idee senza dimenticare i piani politici, sociali, economici. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

Riscopri anche tu il piacere di informarti!

Il tuo supporto aiuta a proteggere la nostra indipendenza consentendoci di continuare a fare un giornalismo di qualità aperto a tutti.

Sostienici