La recente proposta di legge sul salario minimo presentata dai partiti di opposizione italiani ha riportato l’argomento al centro del dibattito pubblico. Le pressioni economiche, l’aumento dei costi di vita e le sfide del mercato del lavoro hanno portato alla luce la necessità di affrontare il tema dei working poor e della sostenibilità delle retribuzioni per i lavoratori più svantaggiati.

Esaminando le diverse prospettive internazionali e molteplici fattori, è possibile esplorare i possibili impatti di questa iniziativa sulle condizioni dei lavoratori e sull’economia nazionale.

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Le diverse posizioni sul salario minimo in Italia ad oggi

Il 4 luglio i partiti di opposizione, escluso il partito di Italia Viva, hanno depositato il testo base della proposta di legge sul salario minimo. Una proposta sul salario minimo era già stata presentata dal Partito Democratico nel 2019. In generale, il dibattito sul salario minimo si rinnova periodicamente da anni nel Belpaese.

Il testo base presentato di recente è composto da 8 articoli. Nella prima parte si fa riferimento all’articolo 36 della Costituzione e vi viene stabilito il trattamento economico minimo orario a 9 euro lordi. Mentre nella seconda parte viene definito il ruolo di una commissione per l’aggiornamento del valore soglia e il beneficio in favore dei datori di lavoro.

D’altra parte, la maggioranza ha presentato un emendamento soppressivo per evitare di discutere la proposta. Infatti, il centrodestra attuale sembra essere favorevole all’investimento nei contratti collettivi nazionali (CCNL), i quali in Italia coprono circa il 97% dei lavoratori.

Infine, i sindacati hanno assunto posizioni diverse nel tempo sul salario minimo. Il principale sindacato italiano (Cgil) è stato in passato contrario alla misura, ma con il nuovo segretario, Maurizio Landini, si è schierato a favore della proposta. Stesso discorso vale per il sindacato Uil; mentre il sindacato Cisl resta sulla posizione di contrarietà. Anche la posizione di Confindustria è stata altalenante nel tempo: di recente, infatti, si è dichiarata aperta alla possibilità del salario minimo.

Confronto internazionale e aspetti del Minimum Wage

Esistono numerosi fattori da considerare quando si analizzano politiche complesse come quella della retribuzione minima. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha pubblicato una guida sulle politiche sul salario minimo nel 2021. L’agenzia stima che circa il 90% dei paesi facenti parte dell’organizzazione applica il minimum wage. Bisogna considerare che anche i contratti collettivi aventi forza di legge sono considerati come una forma di salario minimo.

Molti Paesi applicano tipologie di salario minimo molto diverse tra loro. Infatti, esistono due macro categorie di salario minimo. I sistemi semplici prevedono una soglia uguale per tutte le categorie e le zone, e meccanismi di adeguamento automatici. I sistemi complessi prevedono soglie differenziate in base alle categorie e ai territori e una gerarchia tra i tassi di riferimento.

Il salario minimo nei paesi dell'Organizzazione internazionale del lavoro.

Il salario minimo nei paesi dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

Secondo la guida dell’OIL, l’Europa è la regione con più paesi che applicano il salario minimo. Inoltre, la Nuova Zelanda fu il primo Paese ad adottare un salario minimo nel 1894 con una legge – Industrial Conciliation and Arbitration Act – che regolava le relazioni tra sindacati e datori di lavoro. Uno dei principali fattori da considerare nell’analisi è anche il mercato del lavoro sommerso e la questione dei contratti “pirata”. Infatti, una soglia eccessivamente alta può incentivare l’assunzione fantasma di personale da parte delle aziende.

Altra conseguenza di una soglia sproporzionata è la cosiddetta “spirale salari-prezzi”. Nei periodi di inflazione, un aumento dei salari per legge, senza un aumento proporzionale di produttività, può provocare un’innalzamento dei prezzi. Infine, bisogna considerare anche le differenze del sistema di contrattazione collettiva nazionale italiano rispetto a quello degli altri paesi europei.

Un approccio critico per un salario minimo costruttivo

Un salario minimo è sostanzialmente un modo per contrastare bassi livelli retributivi in rapporto a determinati costi della vita. Di conseguenza, il peggioramento di fattori strutturali come il tessuto economico di un Paese e l’aumento dell’inflazione si riflettono direttamente sulla situazione economica dei lavoratori.

Nel 2021, David Card ha ricevuto il premio Nobel all’economia per aver dimostrato che non necessariamente il salario minimo comporta un aumento della disoccupazione. In base al modo in cui viene formulato e alla zona di riferimento, il salario minimo può ottenere risultati positivi. Là dove sono presenti alti livelli di qualità professionale tra i lavoratori e le aziende si dimostrano competitive, non si riscontrano problemi di bassi salari.

Bisogna anche considerare che all’interno di un paese possono verificarsi notevoli differenze tra zone e aziende diverse. Questo comporta la necessità di formulare il salario minimo tenendo in considerazione i contesti ai quali si andrebbe ad applicare.

Gli sviluppi nella teoria economica e i risultati verificabili dalle esperienze degli altri paesi hanno arricchito il dibattito in merito al salario minimo. Inoltre, la direttiva europea e gli esperimenti degli altri paesi fanno ben sperare nella possibilità di trovare un equilibrio sempre migliore per risolvere la questione del woorking poor.

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Giuseppe Palomba

Dottore politologo di matrice napoletana, attualmente studio relazioni internazionali alla Federico II e coltivo la mia ossessione verso l'Unione europea.

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