La mattina del 13 dicembre, con un giorno di ritardo rispetto alla tabella di marcia, si è conclusa la COP28 di Dubai, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Dopo alcune ore concitate, dove sembrava molto lontano un accordo soddisfacente, le Parti hanno approvato un testo che per la prima volta nella storia delle Conferenze sul clima, fa riferimento al progressivo allontanamento dall’utilizzo di tutte le fonti fossili. Un’intesa con alcuni limiti, ma a suo modo storica per l’importanza dei contenuti, soprattutto alla luce del contesto in cui si svolgeva questa edizione.

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La COP, infatti, è stata ospitata da un Paese fortemente dipendente dalla produzione e dall’export di petrolio ed è stata presieduta dall’amministratore delegato della Compagnia petrolifera di Stato emiratina, Sultan Ahmed al-Jaber, che solo qualche settimana prima aveva negato l’esistenza di evidenze scientifiche che giustificassero l’abbandono dei combustibili fossili.

Come funziona il processo decisionale e come sono andate le trattative

La COP è una conferenza dove partecipano le delegazioni degli Stati nazionali, le cosiddette Parti, che si devono accordare per trovare un compromesso che metta d’accordo tutti.

Le Conferenze sul clima, rappresentano forse l’unico vero forum democratico del Pianeta, dove politica e società civile si riuniscono per affrontare insieme un problema comune: l’emergenza climatica. È una piattaforma in cui i delegati di Tuvalu, un atollo di 11.000 persone in Polinesia, possono avere lo stesso diritto di parola e lo stesso peso politico di quelli della Cina e degli Stati Uniti, due tra i più grandi emettitori storici di anidride carbonica.

Questo, ovviamente, può avere dei grossi limiti, soprattutto quando sono in gioco i destini e le economie di attori molto diversi. Per chiudere i lavori e adottare una decisione, infatti, è necessario il consenso di tutti gli Stati. Quindi, per fare un esempio, è normale che gli Stati in via di sviluppo che dipendono in maniera massiccia dai combustibili fossili, come l’India, si scontrino contro quelli che ne vogliono l’abbandono definitivo, come l’Unione Europea o gli stati insulari del Pacifico, tra i più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Per questo motivo, nel corso del processo, si susseguono numerose trattative prima di presentare il testo finale, che nel caso di Dubai, è stato adottato ufficialmente il giorno successivo alla chiusura ufficiale della COP, il 13 dicembre, non senza qualche timore che il tavolo potesse saltare.

Il testo del Global Stocktake e i principali risultati ottenuti alla COP28 di Dubai

Il 13 dicembre, nella plenaria presieduta da al-Jaber, è stato quindi approvato il testo finale del Global Stocktake, una sorta di inventario che valuta e ridisegna gli impegni nell’azione climatica degli Stati per il prossimo futuro.

Nel testo, gli Stati sottolineano la necessità di limitare l’aumento medio di temperatura e riconoscono come “inequivocabile” l’origine umana del riscaldamento globale. Ma soprattutto, si impegnano per cominciare a lavorare a una transizione, a una fuoriuscita progressiva dalle fonti fossili nei sistemi energetici, che cominci nei prossimi cinque anni e che permetta di raggiungere emissioni nette zero al 2050. Non un vero e proprio phasing-out, come auspicato da tanti all’inizio di questa COP, ma un transitioning away.

Un’intesa storica che, per quanto considerata poco ambiziosa da molti degli attivisti e dagli Stati più vulnerabili, identifica per la prima volta le cause del riscaldamento globale e rappresenta un punto di partenza fondamentale nel contrasto dell’emergenza climatica.

Nel testo, inoltre, gli Stati si impegnano a triplicare l’utilizzo di fonti rinnovabili e a duplicare l’efficienza energetica entro il 2030; a ridurre l’utilizzo del metano e ad eliminare, sempre entro il 2030, l’utilizzo di carbone unabated, ossia il carbone non sottoposto a un processo di cattura e stoccaggio del carbonio (una tecnologia ancora molto costosa e di difficile attuazione).

Un altro obbiettivo importante raggiunto in questa COP, è stata l’operativizzazione del Fondo Loss and Damage un meccanismo, introdotto alla COP27 di Sharm el-Sheikh, che dovrebbe supportare finanziariamente gli Stati più vulnerabili per le perdite e i danni causati dal cambiamento climatico.

Limiti del testo e sviluppi futuri

Le trattative febbrili che hanno portato a inserire il tranistioning away dai combustibili fossili hanno per forza di cose diluito il linguaggio del testo e ha distolto l’attenzione da alcuni temi fondamentali. Sono stati rimandati alla COP29 tutti i negoziati sui nuovi mercati del carbonio; sono stati eliminati i riferimenti al picco emissivo al 2025; mancano riferimenti espliciti ai diritti umani e a parte il Fondo Perdite e Danni, per cui sono stati stanziati quasi 700 milioni di dollari (ancora pochi, pochissimi), non è stata presa quasi nessuna decisione significativa sulla finanza per il clima.

La speranza, ovviamente, è che tutte queste lacune possano essere colmate alla COP29 di Baku, in Azerbaijan. Un altro stato, però, dopo Egitto ed Emirati Arabi, che basa la propria sussistenza sulle fonti fossili e si caratterizza per un governo autoritario.

Il cammino verso l’uscita dai combustibili fossili è cominciato, anche se non si prospetta affatto facile: adesso, starà alla politica mettere in pratica le promesse date. Al mondo dell’informazione e alla società civile il compito di controllarne l’operato.

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Marzio Fait

Marzio Fait

Marzio Fait. Svolgo un progetto di servizio civile presso il Forum trentino per la pace. Ho partecipato come observer alla COP 27 e alla COP28. Mi occupo di attualità, di diritti umani e di giustizia climatica. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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