La Corte di Giustizia dell’Unione europea si è recentemente espressa sancendo che l’attività dell’Ilva di Taranto deve essere sospesa qualora presenti gravi problematiche per l’ambiente e la salute. Aspetti che devono essere ricompresi nella nozione di inquinamento, a cui fa riferimento la direttiva relativa alle emissioni industriali. È stata sostanzialmente questa la risposta che la Corte di Giustizia europea ha dato al Tribunale di Milano. I giudici lombardi avevano infatti adito l’organo giudiziario comunitario per avere un parere in ordine alla questione se la normativa italiana e le norme speciali applicabili all’acciaieria di Taranto fossero in continuità o si ponessero in contrasto con la direttiva dianzi citata.
Ilva Taranto: ascesa e caduta del più grande gruppo siderurgico europeo
L’Ilva nasce a Genova nel 1905 grazie alla fusione di altri gruppi operanti nel medesimo settore. Gode sin da subito dell’interesse e del sostegno dell’allora classe dirigente che avverte la necessità di dare avvio allo sviluppo industriale del Mezzogiorno d’Italia. L’impianto di Taranto viene inaugurato nell’aprile 1965, alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Nel 1995, dopo che la proprietà viene smembrata a seguito dei processi di privatizzazione, il gruppo di proprietà della famiglia Riva acquista il polo siderurgico di Taranto. Quasi un ventennio dopo, nel 2012, la Procura di Taranto ordina il sequestro degli impianti delle aree a caldo dello stabilimento, centro nevralgico dell’intera produzione, per il reato di disastro ambientale. Infine, nel maggio 2021, la Corte d’Assise pronuncia la sentenza di condanna in primo grado a 22 e a 20 anni di detenzione nei confronti dei proprietari Fabio e Nicola Riva, per il medesimo reato.
Le responsabilità della gestione Riva
Quest’ultimi si sono resi colpevoli del mancato adeguamento dello stabilimento ai sistemi minimi di ambientalizzazione e sicurezza, sottolinea la sentenza di primo grado della Corte d’Assise. Il risalto dato al fattore della produttività rispetto ad ogni altro elemento, si evidenzia, ha arrecato un gravissimo pericolo per la salute e l’incolumità pubblica.
Si è accertata infatti la massiva attività di sversamento nell’aria di sostanze nocive per la salute umana, che si sono diffuse sia nelle aree interne allo stabilimento che in quelle circostanti. Si sono registrati danni alla vita e all’integrità fisica, tra cui: omicidi colposi, mortalità per tumori, presenza di diossina nel latte materno.
Responsabilità che hanno visto coinvolti, tra gli altri, anche autorità locali e non che erano investite dei poteri di autorizzazione e di controllo nei confronti delle attività dello stesso stabilimento.
L’azione del Governo e la nuova proprietà
Nel 2012, intanto, il Governo decide di nominare dei commissari straordinari. Il loro compito è quello di prendere in mano la gestione dello stabilimento tarantino dichiarato, nel frattempo, di interesse strategico nazionale. Il piano è quello di limitare l’impatto inquinante dello stabilimento e, al contempo, favorire la produzione.
I commissari nominati dal Governo si occupano di guidare la transizione che porterà nel 2017 all’acquisizione dello stabilimento da parte della multinazionale indiana ArcelorMittal. Ma le cose non sembrano mutare molto dal punto di vista della tutela dell’ambiente e della salute. Nel 2019 arrivano infatti nuovi problemi giudiziari. La Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia al risarcimento di 180 persone, per un costo complessivo di 900mila euro. L’accusa è quella di non aver fatto nulla dinanzi alla “persistenza di una situazione di inquinamento ambientale”.
Situazione che, già dall’anno prima, porta numerosi residenti nell’area di Taranto ad adire il Tribunale di Milano per chiedere l’interruzione del proseguimento dell’esercizio dell’acciaieria. L’organo giudiziario lombardo decide allora di ricorrere alla Corte di giustizia europea per vederci chiaro sulle effettive responsabilità dell’ex-Ilva. Secondo la Corte, il proseguimento delle attività dell’acciaieria deve essere subordinato al rispetto delle norme ambientali e salutari previste dalle normative sulle emissioni. Si tratta della conferma di ciò che da anni, nonostante l’avvicendarsi delle gestioni, si continuava a temere e a denunciare invano.
Ilva Taranto: in fondo al tunnel inizia a scorgersi la giustizia
Tuttavia, nonostante la sentenza della Corte di giustizia europea, c’è la piena consapevolezza che nessuna cosa al mondo potrà mai risarcire gli operai dell’Ilva. Nessuna cosa al mondo potrà mai ripagare gli abitanti di Taranto dei danni occorsi a seguito di politiche sconsiderate e a evidenti omissioni. Dinanzi a questa presa d’atto, bisogna però sottolineare che il pronunciamento della Corte di giustizia europea mette finalmente un punto fermo sulla questione e permette di guardare al futuro con fiducia.
Da qui in avanti, le attività di strutture come l’Ilva non potranno più prescindere da una previa valutazione del loro impatto inquinante. E il rilascio delle autorizzazioni al loro esercizio dovrà necessariamente passare da una scrupolosa verifica delle conseguenze ambientali e salutari che da esse possono dipenderne. Nella sentenza della Corte viene soprattutto sancito il principio secondo il quale non sono ammissibili ricatti tra la tutela dell’ambiente e della salute e il diritto al lavoro.

