Nei paesi anglosassoni, ma anche in Italia, sono diversi gli esperimenti di filosofia per i bambini. Progetti, nati per sviluppare l’apprendimento, che in epoca di pandemia hanno acquisito un valore in più.

Ognuno di noi, è portatore  di una storia personale, senza distinzioni. Il bisogno dell’essere umano, in quanto animale sociale, è di “presentarsi”, ossia mostrare la propria presenza nel mondo. Da questo punto di vista la filosofia ci fa tornare bambini, nel senso letterale del termine: non smettiamo mai di chiederci il perché delle cose. Per questa ragione, i filosofi dibattono su quanto sia corretto parlare di ”filosofia per bambini” o di ”filosofia con i bambini”, perché si tratta di promuovere un vero e proprio sviluppo dell’apprendimento.

Non è casuale che vi sia la necessità di costruire insieme nuovi modelli morali alla stregua dell’incontro con l’altro. In questo senso, la filosofia si rende una prassi, che viene tradotta in un’etica delle diversità, in un mondo globalizzato che richiede ascolto e inclusione. L’incontro fra le varie culture, indipendentemente dall’età di chi si mette in gioco, è fondamentale. La pandemia ha reso possibile che i bambini e gli adolescenti si avvicinassero alla filosofia. Come direbbe Schopenhauer, ”La distanza rimpicciolisce gli oggetti all’occhio, li ingrandisce al pensiero”. Il distanziamento sociale, che ci costringe spesso a comunicare solo per mezzo di uno schermo, amplifica le nostre domande sulla nostra presenza nel mondo.

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 Filosofia a scuola nella cultura anglosassone

Nel V e nel IV secolo a. C., Platone e Aristotele, concordavano sul fatto che la conoscenza cominciasse dalla meraviglia che nutre la nostra curiosità. In questi anni, la cultura anglosassone cerca di recuperare questo spirito promuovendo pratiche filosofiche nelle scuole pubbliche. Il Centro di filosofia per bambini di Washington è impegnato in questa missione, ricordandoci che la filosofia non si insegna, ma la si fa insieme, indipendentemente dalla propria età. Quest’ultima non contrasta l’apprendimento, perché in filosofia si apprende, sia da giovani sia da meno giovani.
Come si desume dall’esperienza della scuola di Washington, aprire le porte a domande sugli universali – l’amore, la bellezza, la giustizia – fa sì che i bambini (e gli adulti) non imparino la filosofia, ma che la facciano attivamente con un apprendimento collettivo.  La pandemia ha riservato inevitabili momenti di riflessione sulla morte che coinvolgono le persone di tutte le età. Le pratiche filosofiche con i bambini rendono possibile l’ascolto attivo e sincero da parte degli adulti verso i più giovani, in un’aperta discussione in cui tutti sono importanti. L’essere ”dilettanti” in filosofia non implica il non saper filosofare: tutti abbiamo sempre qualcosa di nuovo da imparare e ciò lo si scopre confrontandoci insieme.
Per far sì che ciò avvenga (come insegna l’esperienza della scuola americana) dobbiamo metterci in cerchio, prendere la parola, rispettare i tempi e ascoltare gli altri senza interromperli. Fondamentale è la presenza di un mediatore che propone un tema su cui discutere, introducendolo attraverso l’uso di libri illustrati, filmati o giochi. Si cede la parola ai partecipanti, che esprimono le proprie opinioni su ciò che l’introduzione del mediatore ha fatto emergere, costruendo un dibattito aperto.
L’ “essere in filosofia” sviluppa l’apprendimento e ciò lo dimostra l’esito di importanti ricerche scozzesi del 2007, attuate da Keith Topping e Steven Trickey. Studenti di età tra 10 e 12 anni hanno migliorato i loro punteggi verbali, non verbali e quantitativi sul Test di capacità cognitive ampiamente rispettato (CAT3, 2001) con una media di 7 punti. Il filosofare in classe, dialogando con compagni e docenti, ha fatto sì che si arrivasse a questi risultati.

La scuola italiana di filosofia per bambini

Il modello anglosassone ha ispirato anche progetti italiani. Il nostro Paese, attualmente, vede impegnate varie associazioni ed esperti impegnati a promuovere le pratiche filosofiche a scuola. Per quanto riguarda il Meridione, gli esempi più noti sono quelli delle associazioni Filosofia fuori le mura (Giuseppe Ferraro) e InSophia (Raffaele Mirelli). Relativamente all’Umbria e alla Calabria ricordiamo Amica Sofia (Massimo Iiritano e Luna Renda) e nel Settentrione le associazioni Filò (Luca Zanetti, Silvia Demozzi e Sebastiano Moruzzi) e Propositi di filosofia  (Silvia Bevilacqua e Pierpaolo Casarin).

La fase pandemica non ha messo in quarantena l’operato di queste realtà, ma ha favorito la costruzione di una comunità segnata dalla reciproca collaborazione. Come testimonia il web, numerose sono le iniziative in cui queste associazioni promuovono le pratiche filosofiche, dialogando insieme, attuando progetti di ricerca da proporre alle scuole, al fine di innovarle.

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