Da aste per fondi alla sanità a progetti per salvare gli oceani, il collezionismo d'arte contemporanea ha nuove prospettive.
La crisi da pandemia, si sa, ha accelerato una serie di fattori innovativi in diversi ambiti. A beneficiare di questi cambiamenti è anche il collezionismo d'arte contemporanea che assume ora tendenze sempre più filantropiche.

Uno dei casi più noti è quello delle opere di Damien Hirst, vendute online nel 2020 per creare fondi destinati agli ospedali inglesi colpiti dall'emergenza sanitaria. Altro esempio, sul versante offline, è il progetto TBA21 della collezionista e attivista Francesca Thyssen-Bornemisza. Il progetto unisce arte e ricerca per la commissione di opere dedicate a problematiche sociali e ambientali, avvicinando così al mercato anche artisti emergenti.

Lo scenario pare allettante in un mondo, quello del collezionismo d'arte, fatto di cifre da capogiro e record da 67,4 miliardi di dollari (secondo The Art Basel e USB Global Art Market Report 2019). Un mondo che costringe all'attenzione solo artisti ultra selezionati e concentra il potere in mano a pochi. Che sia l'ora di un cambiamento anti-elitario?
Mercato d'arte: instagrammabile e benefico
Il boom delle aste d'arte contemporanea è nel 2005, anno in cui inizia un inesorabile raddoppiarsi di affari e un meccanismo che paragona le opere d'arte ad azioni. Le conseguenze di artisti "brandizzati" si riscontrano nell'aumento dei falsi, nelle truffe e nelle evasioni fiscali. Arriva poi il Covid-19 che ferma la giostra impazzita e pone l'attenzione a un altro tipo di collezionismo detto indipendente. Un collezionismo cioè che vuole coinvolgere artisti emergenti, spesso in ombra, lontano dal consumismo e sensibile alle problematiche sociali e ambientali. Le . . .

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