La musica, ancora una volta, si schiera contro la guerra in Ucraina: oggi come ieri, l’arma più potente in mano ai pacifisti è una canzone, anzi tante. Scopriamo quali

Pink Floyd: un singolo contro la guerra

Ci voleva la guerra in Ucraina per riunire i Pink Floyd, che dal 1994 (anno di uscita di The Division Bell) non pubblicavano un singolo a loro nome. O almeno una parte dei Pink Floyd: David Gilmour e Nick Mason fanno squadra con il bassista Guy Pratt e il tastierista Nitin Sawhney nel brano Hey Hey Rise Up, singolo il cui ricavato sarà interamente devoluto all’Ukraine Humanitarian Relief Fund.

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Nel brano i Pink Floyd duettano virtualmente con Andriy Khlyvynyuk della band ucraina Boombox, che si era filmato mentre cantava la canzone popolare ucraina Oi u luzi chervona kalyna, un brano risalente alla prima guerra mondiale, in Sofiyskaya Square a Kiev. Il video, diventato virale, è stato utilizzato dai Pink Floyd come traccia sulla quale creare il brano. David Gilmour è colpito in prima persona dal conflitto che vede contrapposte Ucraina e Russia: sua nuora è ucraina, così come i suoi nipoti. Il frontman dei Pink Floyd racconta così la decisione di registrare un singolo benefico per il paese in guerra:

“Recentemente avevo letto che Andriy aveva lasciato il suo tour americano con i Boombox, era tornato in Ucraina e si era unito alla difesa territoriale. Poi ho visto questo incredibile video su Instagram, in cui lui si trova nella piazza di Kiev con questa bellissima chiesa con la cupola dorata e canta nel silenzio di una città senza traffico o altri rumori di sottofondo a causa della guerra. È stato un momento potente che mi ha spinto a volerlo trasformare in musica”.

Il mondo della musica contro la guerra in Ucraina

David Gilmour e Nick Mason sono solo alcuni degli artisti che si sono schierati apertamente contro la guerra in Ucraina, anche a colpi di note. Sting, frontman dei Police e ora brillante solista, ha pubblicato su Instagram un video in cui propone una nuova versione della sua canzone del 1985 Russians, scritta durante la Guerra Fredda. Ieri come oggi, la musica è l’arma principale di chi ripudia guerra e armi: la prova è proprio il fatto che gli artisti che si schierano oggi contro la guerra lo fanno, spesso, proprio riproponendo successi pacifisti di ieri.

Come nel caso di Elisa, che dalla sua casa ha registrato un video amatoriale ma estremamente potente in cui propone una versione acustica, solo chitarra e voce, di Zombie, un brano dei Cranberries tratto dall’album No Need to Argue del 1994. In quel caso, era in corso una guerra civile: il brano denuncia le atrocità compiute dall’Ira e dall’esercito regolare inglese nel corso della guerra civile che ha insanguinato l’Irlanda del Nord sul finire del secolo scorso.

Numerose sono state le cancellazioni di tour e concerti in territorio russo, dopo quelle, tristemente obbligate, sul territorio ucraino. Dai Green Day agli Slipknot, dai Placebo a Madonna, non si contano gli artisti che hanno deciso di non portare la loro musica in Russia. Gli artisti russi non potranno partecipare all’Eurovision, che si terrà il prossimo maggio a Torino: un segnale di dissenso contro il governo di Vladimir Putin o un segno della russofobia strisciante che sta avvelenando il confronto?

Fa discutere, in Italia, la proposta della Siae di sospendere il pagamento del diritto d’autore alle società d’autori russe. Così facendo, si andrebbero a colpire artisti russi che non hanno nessuna responsabilità del conflitto, anzi. Il presidente della Siae, Mogol, motiva così la decisione:

“Siamo consapevoli che è un’azione forte e senza precedenti nella storia recente di Siae. Vogliamo sottolineare però che non si tratta di una presa di posizione contro gli autori e gli editori russi, che non hanno alcuna responsabilità con riferimento a quanto sta accadendo. Si tratta un’azione con cui vogliamo manifestare la nostra contrarietà a qualsiasi tipo di guerra”. 

La musica: ieri come oggi, arma dei pacifisti

Non si contano i brani scritti contro la guerra da artisti che, in prima persona e spesso in maniera tutt’altro che popolare, si sono schierati dalla parte del pacifismo. John Lennon scrisse Give peace a chance, eseguita da lui e Yoko Ono nel corso del celebri bed-in contro la guerra nel Vietnam, mentre l’FBI lo teneva sotto sorveglianza. Quando gli U2 scrissero Sunday bloody Sunday, nel 1983, non erano ancora famosi a livello internazionale. Proprio quel brano, scritto per denunciare le stragi compiute dall’esercito inglese contro i manifestanti irlandesi e contenuto nell’album War, li rese delle star.

Bob Dylan è stato una delle voci più critiche contro la guerra nel Vietnam e contro tutti i conflitti. Blowing in the wind, contenuta nell’album The Freewheelin del 1963, è un potente manifesto della disillusione della sua generazione, doppiamente tradita dalla Guerra Fredda e dal conflitto in Vietnam. Ai giorni nostri, la protesta contro la guerra continua a correre sul pentagramma e ha connotazioni apertamente contestatorie. Brani come American Idiot, contenuto nell’omonimo album dei Green Day, o Killing in the name dei Rage Against the Machine sono veri e propri attacchi al governo americano, conquistate anche grazie alla strada spianata dagli artisti che li hanno preceduti.

Nel nostro Paese, la musica ha sempre avuto una connotazione pacifista: come non citare La guerra di Piero di Fabrizio De André, Generale di Francesco De Gregori, Il Disertore di Ivano Fossati? Anche su fronti più “disimpegnati” gli artisti si sono espressi in favore della pace: pensiamo a Il mio nome è mai più del trio Ligabue, Jovanotti e Pelù o a C’era un ragazzo di Gianni Morandi.

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Giulia Zennaro

sono una giornalista freelance di cultura e società, scrivo come ghostwriter, insegno in una scuola parentale e tengo laboratori di giornalismo per bambini. Scrivo per Hall of Series e theWise Magazine e, naturalmente, BuoneNotizie.it: sono diventata pubblicista grazie al loro laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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