Sembrano lontani i tempi in cui le aziende non sapevano come organizzarsi di fronte al lockdown conseguente lo scoppio della pandemia da Covid-19. Oggi, a quasi tre anni dall’inizio dell’emergenza, il remote working è una modalità di lavoro che appare normale e, molto spesso, addirittura preferita rispetto alla tradizionale concezione dell’attività in sede. Sebbene il nomadismo digitale non sia un fenomeno così recente – il termine “digital nomad” appare per la prima volta in una ricerca accademica del 1997 – è solo in questi anni, spinto da cause di forza maggiore, che sta interessando una grossa fetta della popolazione. Quella che era una soluzione temporanea è così diventata uno stile di vita auspicato da sempre più lavoratori, anche grazie agli effetti positivi sperimentati dai nomadi digitali.

Chi sono i nomadi digitali oggi

La categoria in cui si trovano più nomadi digitali è senz’altro quella dei lavoratori indipendenti. I settori prevalenti sono: tecnologia dell’informazione; servizi creativi; educazione; consulenza, coaching e ricerca; vendite, marketing e pubbliche relazioni; finanza e contabilità.

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Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti che possono intraprendere lo stile di vita del nomadismo digitale, i più fortunati sono gli impiegati delle aziende big. Una ricerca condotta da Osservatori Digital Innovation (un team di ricercatori, professori e analisti del Politecnico di Milano che studiano i temi chiave dell’innovazione digitale nelle imprese e nella pubblica amministrazione) evidenzia infatti che la modalità del lavoro da remoto è oggi presente nel 91% delle grandi imprese – a fronte dell’81% nel 2021. Appare subito evidente come il trend sia in forte crescita, una crescita prevista anche per il 2023.

Contrariamente alle grandi aziende, che puntano sempre di più sul remote working, nelle piccole e medie imprese il dato è passato dal 53% del 2021 al 48% nel 2022. C’è da chiedersi cosa abbia rallentato questa crescita e perché abbia colpito in particolare le PMI. Secondo Osservatori Digital Innovation, dipende dal fatto che la cultura organizzativa di queste imprese percepisce quella del lavoro da remoto come una soluzione emergenziale e non ancora applicabile – o non del tutto – a situazioni di normalità.

E tuttavia, per i nomadi digitali lo smart working è la normalità. Giova ricordare che il nomadismo digitale è un’ideologia che, più che sulla retorica del viaggio e dell’avventura, si basa sull’idea che, per il benessere del lavoratore, quest’ultimo possa scegliere se svolgere la sua attività a casa, da remoto o anche, occasionalmente, in ufficio. Tutto dipende, dunque, dal benestare del lavoratore.

Gli effetti dello smart working

Quando le imprese si sono accorte che il benessere dei lavoratori era un ingrediente fondamentale in termini di migliore e maggiore produttività, si è iniziato a parlare più seriamente di smart working (letteralmente “lavoro intelligente”). Oggi, a distanza di qualche anno dalla pandemia da Covid-19, si vedono più chiaramente gli effetti del lavoro da remoto, di cui si può fare un’analisi più lucida e scevra del fattore “momento critico”.

Il primo e più lampante effetto del lavoro da remoto è quello del risparmio. Nella stessa ricerca di Osservatori Digital Innovation, si parla di un risparmio netto di 6000 euro per i lavoratori che si avvalgono di questa modalità. Emerge in particolare il dato di 1000 euro in meno di trasporto annuo, che si ripercuote anche in termini di benefici ambientali. Si stima, infatti, una riduzione delle emissioni di CO2 di circa 450 kg a persona all’anno.

La flessibilità oraria e la possibilità di viaggiare sono gli altri rilevanti effetti positivi sperimentati dai nomadi digitali. A fronte di tutto questo benestare, però, sorgono alcune problematiche. Il senso di solitudine e incertezza che deriva dall’assenza di contatto con i colleghi, la difficoltà a staccare dal lavoro dal momento che non esistono orari imposti dall’alto e le possibili difficoltà finanziarie soprattutto per chi intende viaggiare lavorando sono tra queste.

Che cos’è la Passion Economy

Nonostante le complicazioni evidenziate e altre che, seppur meno vistose, sono altrettanto reali (come la difficoltà nel mantenersi sempre motivati), i nomadi digitali sono in costante crescita e insieme a questo fenomeno anche quello della Passion Economy. Nel 2020, il giornalista Adam Davidson ha usato il termine “passion economy” per parlare di tutte le persone che cercano di trasformare le proprie passioni in occasioni di guadagno.

Monetizzare i propri hobby è infatti una vera e propria tendenza che va affiancandosi al nomadismo digitale. A fronte di un mercato del lavoro sempre più proibitivo e difficile, nelle nuove generazioni sta emergendo un nuovo spirito imprenditoriale – senz’altro accelerato dal lockdown e reso possibile grazie agli strumenti offerti dalle nuove tecnologie – che è destinato a cambiare ulteriormente il nostro modo di concepire il lavoro.

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Sofia Greggio

Sofia Greggio. Correttrice di bozze, editor e ghostwriter, ho seguito corsi di editoria come lettura professionale, scouting e consulenza editoriale e un master in scrittura creativa. Oltre al mondo dei libri, sono appassionata di civiltà orientali e infatti studio Antropologia all'Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

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