L’energia pulsante della musica techno ha trasceso le mura dei club di Berlino per guadagnarsi un riconoscimento di portata mondiale. L’Unesco ha ufficialmente inserito la scena techno della capitale tedesca nell’elenco dei patrimoni immateriali dell’umanità. Questo prestigioso riconoscimento celebra il contributo della techno alla vita artistica della città. Inoltre, sottolinea il suo valore come espressione globale di diversità, innovazione e rispetto.

Musica techno patrimonio dell’umanità

Da quando il muro è caduto, la musica e la cultura underground hanno plasmato l’identità di Berlino, diventando un simbolo di libertà e creatività senza pari. Così dagli anni ’90 la musica techno, simbolo di questa cultura, ha iniziato a diffondersi tra le discoteche e i rave di tutto il Paese. Nel 2024 viene inserita nell’ultima lista di nuovi elementi del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite dedicata alla protezione e alla promozione delle tradizioni culturali in tutto il mondo.

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Da due anni, la Clubcommission di Berlino, una rete di club e musicisti techno della città, promuove l’iniziativa che porta per la prima volta la musica elettronica e i suoi valori nella lista dell’Unesco. Ma non si tratta solo di musica da discoteca e di festa, la scena techno si fa portavoce di ideali come il rispetto, la valorizzazione delle diversità, la solidarietà e l’innovazione. Si recuperano e valorizzano spazi urbani industrializzati, si creano comunità libere e sicure in cui essere accolti a prescindere dal genere, l’etnia, l’orientamento sessuale.

In un’intervista per The Guardian Peter Kirn, produttore musicale di Berlino, ha dichiarato “La techno è diventata un rifugio per le persone emarginate e c’è una naturale attrazione per Berlino come uno spazio libero e sicuro per chi proviene da contesti illiberali, autoritari o meno permissivi”. Attraverso la registrazione come patrimonio immateriale dell’umanità, si esporrà e preserverà la ricca storia di questo genere musicale. In un lungo percorso che va dalla sua nascita fino alle sue evoluzioni più recenti, per essere conosciuto soprattutto dalle generazioni future.

Una storia underground

La musica techno ha origini più lontane, viene dall’America, Detroit in particolare, e dalla comunità nera dell’epoca. Il calo dell’attività industriale a causa dello sviluppo della tecnologia e della robotizzazione delle mansioni genera non pochi disagi. Così, le persone creano nuovi sound che riflettono il loro stato d’animo, mescolando la musica elettronica europea con i beats dance afroamericani, e dando vita a un’atmosfera futuristica. Techno perché è tecnologicamente avanzata, ma allo stesso tempo minimal. Inizia ad essere vissuta da ognuno in modo diverso, ma una cosa accomuna tutti: la libertà che ne deriva.

Alla caduta del muro sono tantissimi gli artisti che da Detroit volano a Berlino e la rendono, col tempo, la capitale della musica techno. Da Jeff Mills a Juan Atkins, sempre più locali iniziano ad ospitare DJ americani. Così facendo hanno iniziato mettere le basi per la creazione di una forte cultura underground che durerà fino ai nostri giorni, diventando un fenomeno mondiale. Il suono di Berlino, così viene chiamata, loop di sintetizzatori, di pattern ritmici e di drum machine, desiderio di stare insieme e proteggersi.

La consacrazione della musica techno di Berlino come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco segna un momento epocale nella storia culturale della città. Non solo un tributo alla sua vibrante cultura underground, ma anche un riconoscimento globale dei suoi valori di novità e rispetto, un rifugio per gli emarginati e un faro di progresso. Questo importante passo celebra il passato e il presente della scena techno. Assicura anche che la sua ricca storia e il suo impatto continuino a ispirare e a unire le generazioni future in tutto il mondo.

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Eva Ricevuto

Laureata in Arti Tecnologiche e appassionata di cinema, femminismo e sostenibilità. Sono un'aspirante giornalista pubblicista e cinematografica. Collaboro con BuoneNotizie.it e partecipo al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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