Il 9 dicembre la Commissione europea ha presentato un pacchetto di regole affinché i rider e i lavoratori delle piattaforme digitali possano godere di maggiori tutele e di prestazioni sociali. Il pacchetto tutela tutti i lavoratori della gig economy.

La gig economy, o economia delle piattaforme, è un modello di lavoro che attraverso le piattaforme web e le app fa incontrare domanda e offerta di lavoro. Tra queste, le piattaforme di consegna di cibo a domicilio, come Deliveroo e Glovo, e quelle di crowd work, cioè le piattaforme digitali in cui lavoratori e professionisti offrono attività semiprofessionali e di consulenza, come Uber.

Le piattaforme di lavoro digitali creano lavoro per le imprese e i lavoratori, nonché servizi per i consumatori. Ma le nuove modalità di lavoro portano a un’inadeguata attuazione delle tutele dei rider. Inoltre, l’uso di algoritmi nella gestione del lavoro solleva questioni di responsabilità e trasparenza.

Il settore della gig economy è esploso con la pandemia

Il business delle società di piattaforme digitali si regge sull’economia dei “lavoretti”. I rider, ad esempio, avrebbero dovuto fare lavori a fronte di chiamate saltuarie e compensi a poco prezzo. Ma nel tempo l’impegno richiesto ai rider è diventato sempre più consistente mentre le tutele sono rimaste invariate.

Invece le società di piattaforme digitali, tra il 2016 e il 2020, hanno quintuplicato i loro ricavi, passando da 3 miliardi a 14 miliardi di euro. Nel 2020, infatti, il settore è esploso. I lockdown dovuti alla pandemia hanno fatto diventare questi lavoratori necessari per l’economia mondiale.

Numero di attività a livello globale delle piattaforme digitali selezionate per categoria

Fonte: Rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro. “2021 World Employment and Social Outlook. The role of digital labour platforms in transforming the world of work”

Nell’Unione europea sono oltre 28 milioni le persone che lavorano per 500 diverse piattaforme web. La stragrande maggioranza sono veri lavoratori autonomi, invece 5,5 milioni sono erroneamente classificati come tali. Secondo una prima valutazione d’impatto, con le nuove norme 4,1 milioni di rider potrebbero essere maggiormente tutelati.

Il nucleo principale del pacchetto Ue è la proposta di direttiva sulla tutela dei rider

La proposta di direttiva vuole garantire che la situazione occupazionale delle persone che lavorano per queste società corrisponda ai loro effettivi contratti lavorativi. Essa prevede cinque criteri per determinare se la piattaforma è un datore di lavoro. Nei casi in cui la società soddisfa almeno due criteri, si presume che essa sia un datore di lavoro.

In questo caso, le persone che lavorano per le piattaforme digitali sarebbero inquadrate come “lavoratori subordinati” e godrebbero quindi dei diritti che derivano da questa condizione. Questo significa il diritto alla contrattazione collettiva, a un salario minimo (nei Paesi in cui esiste), a un orario di lavoro, a ferie retribuite, alla protezione contro gli infortuni sul lavoro, all’indennità di disoccupazione, alla malattia e alla pensione.

Le società avranno il diritto di contestare questa classificazione, dimostrando che non esiste un rapporto di lavoro subordinato.

Le decisioni dell’algoritmo saranno monitorate

Il secondo punto della proposta di direttiva riguarda la trasparenza nell’uso degli algoritmi. Gli algoritmi gestiscono di fatto il lavoro dei lavoratori delle piattaforme digitali. Per esempio, l’algoritmo stabilisce l’attività dei rider: assegnando un punteggio di affidabilità a ogni lavoratore, determina la possibilità di scegliere i turni preferiti e le tutele.

Spesso le autorità nazionali hanno difficoltà ad accedere ai dati relativi alle piattaforme e alle persone che vi lavorano, soprattutto quando queste operano in più Stati. Per questo, nella proposta di direttiva, le piattaforme saranno tenute a fornire alle autorità nazionali tutti i dati su quante persone impiegano nel Paese e a quali condizioni.

La direttiva introduce, inoltre, il monitoraggio sulle decisioni prese dall’algoritmo sulle condizioni di lavoro. I lavoratori, i sindacati e le autorità avranno il diritto di essere informati sul funzionamento del sistema che assegna i compiti e i compensi e potranno contestarne le decisioni. Questi nuovi diritti saranno concessi sia ai lavoratori subordinati sia ai lavoratori autonomi.

I passi avanti delle norme a tutela dei rider in Italia

La proposta di direttiva dell’Unione europea è importante perché pone la “clausola di non regresso”. Le leggi nazionali potranno solo garantire più diritti e la trasposizione del testo europeo non potrà inficiare le regole esistenti se migliorative. Per entrare in vigore la direttiva dovrà essere approvata da Parlamento e Consiglio dell’Unione europea.

In Italia la normativa che tutela i rider è regolata dal decreto legislativo del 2015, emanazione del Jobs Act, e dal Decreto rider del 2019. Queste due normative hanno costituito dei passi in avanti, ma non definitivi.

A novembre 2020, con la Circolare n.17 sulle le tutele del lavoro, il Ministero del lavoro ha ulteriormente chiarito le normative in materia. La circolare ha specificato quando un rapporto di lavoro è subordinato e quando non lo è e ha riconosciuto una serie di diritti e forme di tutela.

A febbraio la Procura di Milano ha chiesto la regolarizzazione contributiva e dei contratti di 60.000 lavoratori per quattro delle principali società del settore. A novembre una sentenza del Tribunale del lavoro di Torino ha riconosciuto la natura di rapporto subordinato e tutelato i diritti di 10 rider.

 

 

 

 

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