Il tema del diritto alla disconnessione è un punto nevralgico che rappresenta il darkside dello smartworking.

Ultimamente, l’Unione Europea ha messo a punto una nuova direttiva che mira a normare il diritto alla disconnessione. La Risoluzione del 21 gennaio 2021 è stata infatti creata per migliorare le condizioni di lavoro di tutti i lavoratori smartworker, stabilendo il diritto a disconnettersi negli orari non lavorativi. Gli stati membri dovranno riconoscere il diritto all’offline come imprescindibile per ogni settore lavorativo. Il lavoratore sarà tutelato anche per discriminazioni o in caso di licenziamenti illegittimi da parte dei datori di lavoro.

Cosa dicono i dati Eurofound

L’iniziativa dell’Ue parte dai dati Eurofound sull’indagine al telelavoro. Dalla ricerca si rileva che quasi il 30% degli smartworker intervistati dichiara di aver lavorato anche durante il tempo libero per soddisfare le esigenze lavorative. Per molti lavoratori la pandemia ha inoltre spostato l’ufficio nelle proprie case, assottigliando il limite tra orari lavorativi e non. L’idea di lavorare in casa predispone già a credere che il lavoratore sia sempre disponibile e possa più facilmente gestire gli orari lavorativi. Eppure è proprio l’assenza di una demarcazione ufficiale tra lavoro e vita privata (stabilita in accordo con l’azienda tramite una legge di tutela) che rende gli impegni più difficili da gestire.

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Cos’è la connessione continua e quali sono le sue conseguenze

Vivere nella always-on culture (cultura sempre attiva) presuppone vi siano nuovi modi di gestire la propria vita online e offline. Il filosofo contemporaneo Luciano Floridi parla di “qualità dell’onlife” cioè la capacità di rendere piacevole e funzionale il rapporto tra vita virtuale e reale. La connessione continua è un fenomeno sociale che si è intensificato soprattutto nel 2020 durante i lockdown da emergenza sanitaria. Se nel tempo libero si è autonomi e responsabili di decidere quante ore al giorno rimanere connessi, nell’area lavorativa, in cui bisogna rapportarsi con colleghi e direttori, la gestione degli orari diventa più complicata.

Una discriminazione molto comune è quella di considerare lo smartworker “pigro” perché decide di darsi degli orari lavorativi e mettere un confine di sopravvivenza tra il produrre e il riposarsi. Questo tipo di discriminazione nasce proprio dall’assenza di un quadro normativo che dia importanza al diritto alla disconnessione. Il comma 1 dell’articolo 19 della legge 81/2017 per il diritto al telelavoro dispone che “[…] l’accordo individui tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecniche di lavoro“. Tuttavia l’Italia non dispone ancora di una norma giuridica dedicata esclusivamente al diritto alla disconnessione.

Il diritto di disconnessione in Europa

Ester Lynch, vice segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (CES) si rivolge all’Ue chiedendo l’obbligo per i datori di lavoro di garantire il diritto all’offline ai propri dipendenti. La Ces rappresenta 45 milioni di lavoratori in 38 paesi europei e sottolinea l’assenza di una direttiva sulla gestione degli orari lavorativi per gli smartworker. La nuova direttiva è quindi centrale per i lavoratori e per la transizione digitale volta al rispetto dei diritti umani nonché alla salute mentale. La connessione continua infatti, oltre ad essere dannosa al lavoratore per la privazione del riposo, può scatenare la dipendenza ad internet.

Lo scorso mese il Parlamento europeo ha sancito che il diritto alla disconnessione è dunque un diritto fondamentale che va accorpato alle direttive riguardanti la digitalizzazione. Il datore di lavoro dovrà quindi dimostrare l’eventuale licenziamento del dipendente basandosi su motivi diversi. È inoltre tenuto a istituire un sistema oggettivo e accessibile per la misurazione della durata di produttività lavorativa giornaliera, oltre che la valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza dello smartworker, compreso anche il rischio psicosociale.

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