Alcune parole sono indelebili e difficili da rimuovere, diversamente da un post-it.
Eccoci arrivati, come ogni giovedì, alla rubrica dedicata ai genitori. Oggi parliamo di un aspetto della comunicazione che influisce sulla creazione dell'identità di tuo figlio/a. Quando comunichiamo con un bambino è importante ricordarci di evitare di incasellare la sua identità in spazi predefiniti e rigidi. Cosa non semplice in effetti dato che il cervello umano ha bisogno di classificare le cose, riordinarle in cassetti prestabiliti e forse è per questo che una delle abitudini più diffuse è quella di 'classificare' anche i bambini fin dalla nascita.

In un primo momento ci si sofferma sulle somiglianze o differenze con nonni o genitori: "E' uguale al babbo,  ha il sorriso della mamma, somiglia tutta al nonno", giusto per citare qualche esempio delle frasi più tipiche. Non c'è niente di male in fondo: ci sono dei geni in comune ed è normale che anche esteriormente ci siano delle similitudini.

Ciò che questo meccanismo però fa dimenticare è che di fronte a noi c'è un individuo unico. Unico è il mix di cellule che lo compongono, uniche saranno le esperienze e gli stimoli che vivrà nel suo contesto famigliare e così via.

Per questo, al di là delle somiglianze esteriori che compiacciono tanto noi adulti, è bene ricordarsi sempre, prima di interagire con un bambino, che lui o lei è una persona diversa. Per quanto somigli a babbo o mamma o ad altri parenti, uniche saranno le sue sinapsi, i suoi comportamenti, gli insegnamenti che trarrà dalla sua esperienza di vita. Per questo è importante evitare di etichettare i bambini.
Cosa significa etichettare i bambini e perché ci . . .

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