Alcune parole sono indelebili e difficili da rimuovere, diversamente da un post-it.

Eccoci arrivati, come ogni giovedì, alla rubrica dedicata ai genitori. Oggi parliamo di un aspetto della comunicazione che influisce sulla creazione dell’identità di tuo figlio/a. Quando comunichiamo con un bambino è importante ricordarci di evitare di incasellare la sua identità in spazi predefiniti e rigidi. Cosa non semplice in effetti dato che il cervello umano ha bisogno di classificare le cose, riordinarle in cassetti prestabiliti e forse è per questo che una delle abitudini più diffuse è quella di ‘classificare’ anche i bambini fin dalla nascita.

In un primo momento ci si sofferma sulle somiglianze o differenze con nonni o genitori: “E’ uguale al babbo,  ha il sorriso della mamma, somiglia tutta al nonno”, giusto per citare qualche esempio delle frasi più tipiche. Non c’è niente di male in fondo: ci sono dei geni in comune ed è normale che anche esteriormente ci siano delle similitudini.

Ciò che questo meccanismo però fa dimenticare è che di fronte a noi c’è un individuo unico. Unico è il mix di cellule che lo compongono, uniche saranno le esperienze e gli stimoli che vivrà nel suo contesto famigliare e così via.

Per questo, al di là delle somiglianze esteriori che compiacciono tanto noi adulti, è bene ricordarsi sempre, prima di interagire con un bambino, che lui o lei è una persona diversa. Per quanto somigli a babbo o mamma o ad altri parenti, uniche saranno le sue sinapsi, i suoi comportamenti, gli insegnamenti che trarrà dalla sua esperienza di vita. Per questo è importante evitare di etichettare i bambini.

Cosa significa etichettare i bambini e perché ci viene spontaneo farlo?

So che è un esercizio difficile perché è un’abitudine diffusa, purtroppo, quella di cercare qualcosa che ci sia famigliare negli altri… figuriamoci nei nostri figli! Se noto un comportamento, ad esempio di timidezza, e sono convinta di essere una timida, una parte di me sarà contenta di vedere che mia figlia “ha preso” da me, perché in qualche modo, a livello inconscio, questo ci rende ugualmente “speciali”, diversi dagli altri membri della famiglia o da altri bambini con cui si sta relazionando. È così, però, che iniziamo ad etichettarli.

Ecco, questa è una bomba da disinnescare il più spesso possibile, specialmente nei primi anni di vita, ma anche per tutto il resto della vita di un individuo: le etichette sono cucite all’identità e non c’è nulla di più forte nell’animo umano del desiderio di confermare la propria identità.

Ti faccio un esempio: tuo figlio si trova per la prima volta in un ambiente nuovo circondato da persone che non conosce o magari ha visto sporadicamente. Nella maggior parte dei casi cercherà rifugio fra le gambe o in un abbraccio con la figura di riferimento che è con lui in quell’occasione. Non perché sia timido, ma semplicemente perché sta vivendo una situazione nuova che non conosce e che deve valutare per capire come comportarsi.

Cosa può fare un genitore?

Il bisogno di sicurezza è comune a tutti gli essere umani, anche negli adulti. Figuriamoci nei bambini.

 

Ora nella situazione descritta sopra come genitori abbiamo due opzioni:

  1. scegliere di etichettare nostro figlio con frasi tipo: “È timido, fa sempre così”. Oppure, “Dai non fare il timidone. Di cosa ti vergogni?”
  2. rassicurarlo fisicamente accogliendolo fra le gambe o nell’abbraccio che cerca in quel momento e aiutarlo a familiarizzare con la situazione. Per esempio descrivendogli cosa sta succedendo, chi sono le persone che lo circondano e dandogli lo spazio e il tempo per ambientarsi e scegliere come comportarsi senza giudicarlo, sia che poi si apra verso queste persone sia che scelga di rimanere sulle sue.

Non è un evento o una situazione a definirci come individui a meno che non siamo noi i primi a dare un significato all’evento. Nella fase di crescita di un bambino è prematuro e irreale dare significati di questo tipo poiché è proprio grazie alle esperienze che vivrà e a come le affronterà che il bambino formerà il suo carattere se sarà libero di farlo e di esprimere se stesso senza etichette.

Anche le etichette positive non aiutano il bambino. Ecco perché

È bene ricordare che questo principio vale sia per i connotati negativi che per quelli positivi. Per esempio, anche dire continuamente a un bambino che è bravo è controproducente. In parte perché tenderà a ricercare conferme e approvazione all’esterno, cioè a fare le cose solo per sentirsi dire che è bravo/a, invece di focalizzarsi sulle proprie risorse o abilità. Così come potrebbe aspettarsi di essere bravo in tutto ciò che fa e provare frustrazione quando questo non avviene, come è normale che sia, dato che quasi tutte le attività si imparano col tempo e l’esercizio e non all’improvviso.

Nel metodo Montessori, per esempio, invece di dire bravo/brava, si invitano genitori ed educatori a utilizzare la parola “complimenti” per un lavoro svolto bene. Questa forma di gratificazione è appunto slegata dall’identità del bambino e ha una connotazione più neutra.

Nel dare un riscontro a un bambino, possiamo porre anche domande come: “Cosa ti è piaciuto di più nel fare questa attività? Cosa hai imparato facendo questo?”. Oppure: “Ti sei divertito nel fare questa cosa?”, in modo da porre la sua attenzione sul processo che l’ha portato al risultato e non sul risultato stesso.

Allenarsi a farlo, anche con sé stessi, apre un mondo di nuove possibilità poiché anche un adulto può decidere di non auto-definirsi in modo indelebile nel tempo e scegliere di evolvere e sperimentare sé stesso in modo nuovo o diverso.

Sperimenta per almeno una settimana e raccontami come è andata e cosa hai imparato.

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Sara Propoggia

Sara Propoggia

Sara Propoggia, sono una Parent Coach: facilito la vita ai genitori che scelgono la consapevolezza e agiscono per creare un mondo pacifico e armonico, un giorno alla volta.

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