I cambiamenti climatici stanno impattando l’industria vitivinicola e i vini italiani. Si pongono così dubbi e incognite sul futuro della produzione in alcune aree del mondo, tra cui appunto l’Italia, Paese leader nel settore. Quali soluzioni e alternative stanno mettendo in atto i produttori per garantire il futuro del vino?

Gli effetti dei cambiamenti climatici. Anche sui vini italiani

L’industria del vino si trova a combattere contro gli effetti dei cambiamenti climatici. Siccità, eventi climatici estremi e un generale aumento delle temperature stanno già impattando e modificando la vite e il vino stesso. Il periodo della vendemmia, infatti, si anticipa ogni anno e i vini tendono a contenere una sempre maggiore concentrazione di alcol e zucchero. Secondo un recente studio pubblicato su Nature Reviews Earth & Environment, se le temperature globali dovessero aumentare oltre i 2°C previsti per il 2050, circa il 70% delle attuali regioni vinicole mondiali potrebbero non essere più adatte alla coltivazione dell’uva.

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A risentirne maggiormente saranno i Paesi del Mediterraneo, in particolare Italia, Grecia e Spagna. Mentre, secondo le previsioni, saranno gli Stati Uniti del Nord e la Nuova Zelanda a guadagnarne in terreni adatti alla coltivazione della vite. Nel Sud Europa la sfida più impegnativa rimane la scarsità d’acqua, necessaria per l’agricoltura. L’obiettivo è lavorare sulla capacità di trattenere l’acqua o gestirne la mancanza. Per combattere la siccità una strada percorribile per le regioni del Mediterraneo potrebbe essere la desalinizzazione dei mari.

Le strategie per rispondere al problema

Una prima opzione di adattamento è quella di allontanarsi dall’Equatore, quindi lo spostamento geografico delle colture e la delocalizzazione. Come potrà avvenire? In primis spostandosi verso le montagne, in aree quindi più fresche e soggette a piogge, come già stanno facendo Toscana e Trentino Alto Adige. Per i vini italiani l’idea predominante è quella di spostare le colture sulle Alpi e sugli Appennini, territori con suoli adatti ma ormai quasi abbandonati. A beneficiarne sarebbe anche il tessuto sociale ed economico di queste zone finora trascurate.

La seconda forma di delocalizzazione consiste invece nello spostarle geograficamente più a nord, in zone che mai prima di adesso si erano prestate alla coltura della vite, come i Paesi del Nord Europa o gli Stati Uniti più settentrionali. Attualmente, un esempio di successo è ciò che sta accadendo nel Regno Unito meridionale: la regione sta impiegando sempre più risorse nel finanziare quella che sembra una promettente e (inaspettatamente) fiorente produzione di Champagne.

Un’altra strada è quella di scegliere varietà di uva più resistenti al caldo, operando anche tecniche agricole all’insegna della sostenibilità. In prima istanza l’irrigazione a goccia unita a tecniche di conservazione dell’acqua e gestione del suolo: una soluzione alle ondate di calore che si alternano ad alluvioni o periodi molto piovosi. Spesso è anche la vite stessa, pianta notevolmente resiliente, che cerca di adattarsi a situazioni con temperature estreme. Per esempio perdendo autonomamente le foglie, un fenomeno definito “defogliatura”. Questa tecnica aiuta a ritardare la maturazione e i viticoltori stessi possono incentivarla, agendo in prima persona nello sfogliare maggiormente la pianta.

È importante cercare di coniugare quanto più possibile tradizione e innovazione. Tenendo presente che per attuare la delocalizzazione dei vigneti bisogna a priori investire in infrastrutture per la produzione e la logistica, per il supporto di una produzione su vasta scala. Senza dimenticare di assecondare la domanda internazionale, che tende a chiedere bevande sempre più fruttate e con una minore gradazione alcolica.

Nonostante ciò le tecniche che si stanno sperimentando uniscono studiosi e viticoltori, che oggi come non mai sono pronti a lavorare alle soluzioni grazie all’innovazione tecnologica. Il futuro dei vini italiani al momento è al sicuro.

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Virginia Allegra Donnini

Con un background di studi ed esperienze lavorative a cavallo tra economia, marketing e moda scrivo di tendenze, pop culture, lifestyle. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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