Intervista a Dome Bulfaro, promotore della poetry therapy in Italia.

Poetry Therapy: cos’è e come viene applicata? A queste e ad altre domande risponde a Buonenotizie.it Dome Bulfaro, docente, poeta, performer e promotore della poetry therapy in Italia.

Che cos’è la poetry therapy e quali sono i suoi obiettivi?

È una pratica che prevede l’uso intenzionale della poesia e di altre forme letterarie per la guarigione e la crescita personale. Aiuta e fa bene a tutti e può essere svolta in qualsiasi contesto (scuole, biblioteche, case di cura e ospedali). A questo proposito segnalo l’articolo “Introduzione alla Poetry Therapy” di Luca Buonaguidi, poeta e psicoterpeuta, per Poetry Therapy Italia, la rivista che dirigo e che è a cura di Mille Gru, gruppo ricerca poetica nato nel 2006.

Quando e come è nato il tuo primo approccio alla poetry therapy?

“Leggere, con cura” è stato il primo progetto di poetry therapy, strutturato e condotto in duo con il poeta e psicologo Ivan Sirtori. L’esperienza è avvenuta nel 2009, attraverso la distribuzione in reparti dell’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco di sette poesie terapeutiche per sette giorni consecutivi. In realtà l’ultimo dei sette fogli era bianco e permetteva al degente di esprimersi in versi o in prosa, rispetto a propri pensieri, necessità, urgenze. L’impiego consapevole della poesia per fini terapeutici e la tua azione in quanto poetaterapeuta, con tutto ciò che ne consegue, per me è uno spartiacque per dire se una pratica possa o meno dirsi di poetry therapy. Tuttavia, quello che per me ha rappresentato il punto di svolta, è accaduto prima, che io agissi come poetaterapeuta consapevole. Dalla fine degli anni Novanta presi l’abitudine, nonostante insegnassi Scultura e non Italiano nel Liceo Artistico di Morbegno, di introdurre ogni lezione con una breve lettura, perché volevo far crescere i miei allievi innanzitutto come persone oltre che come professionisti; non a caso i “101 racconti zen” è stato in quegli anni il libro che ho più utilizzato. Dopo queste letture seguiva sempre un libero confronto con gli studenti circa gli insegnamenti che potevamo trarre da queste letture per crescere. Nel settembre del 2000, subito dopo un viaggio India che ha cambiato la mia vita, ho avviato un progetto con gli studenti, in cui aprivo ogni lezione con testi letterari  che avevo individuato come antidoti al dolore. Ogni studente poteva poi artisticamente declinare la propria ricerca interiore lavorando sul proprio dolore, creando il proprio percorso e manufatto secondo le modalità e i materiali più opportuni. Mi resi conto di quanto questo percorso facesse tanto bene a loro, quanto a me. Gli allievi, in questi 25 anni di insegnamento, sono stati e tuttora sono per me dei grandi maestri.

 Come si diventa poesiaterapista?

Sappiamo che in Italia non esiste attualmente una scuola di poesiaterapia e che la figura professionale del poetateraputa non è riconosciuta ufficialmente. Nel 2020 la nostra associazione “Mille Gru” ha aperto PoesiaPresente LAB a Monza, una scuola di poesiaterapia che propone corsi e laboratori di poesiaterapia e, da quest’anno anche un corso di formazione triennale. Credo che in questo modo abbiamo posto finalmente in modo frontale il problema sia della scuola che della formazione. Sono certo che la nostra realtà e  quella di altre scuole di arti terapeutiche offriranno un valido contributo nella formazione in Italia, dove siamo in piena fase pionieristica. Negli Usa, ma anche in altre scuole europee  si preferisce distinguere la formazione in tre diversi livelli: Poeta facilitatore, Poetaterapeuta Certificato e Poetaterapeuta Registrato, come affermano in quest’articolo Elaine Brooks e Nancy Scherlong, attuali presidenti della  IFBPT (International Federation for Biblio/Poetry Therapy).

 Quali sono i benefici della poetry therapy nei contesti socio-educativi? 

La scuola è il contesto socio-educativo per antonomasia: la poetry therapy può svolgere un ruolo determinante perché può aiuta docenti e studenti a interpretare la letteratura e la poesia non solo come “fatto estetico” ma anche come “fatto salutare”. Lo scorso anno, grazie anche alla sensibilità della Preside Giuseppina Pellella e alla Professoressa Claudia Bono, figura strumentale per l’inclusività della mia scuola, ho sviluppato “Scrivilo che ti passa” un corso di poesiaterapia per supportare i nostri studenti durante questo periodo di pandemia. Ho seguito undici studenti  di 14 anni circa, attraverso un percorso avvenuto solo online a causa delle restrizioni pandemiche. Insieme agli esperti, gli studenti possono raccontare il loro mondo e con la scrittura lo riscrivono, per crearne uno migliore dentro e fuori di sé. Il percorso ha svolto in pieno il suo ruolo di supporto, a tal punto che molti di loro hanno richiesto di sviluppare ulteriormente questa esperienza; anche altri nuovi studenti hanno chiesto di poter usufruire di questo servizio allo studente, e così avverrà.

In che modo la poesiaterapia ha aiutato ad affrontare la pandemia? 

La poesiaterapia ha il dono di trasformare un disagio, una grave difficoltà, una tragedia, in un trampolino per rituffarsi nella vita più forti di prima. Un cambiamento, specie se radicale di se stessi, non può avvenire se il contatto con il proprio sé non è stabile e forte. La pandemia ci ha posti di fronte alla fragilità dell’uomo, ma la poesia ci può restituire una centratura che avevamo  perduto e che riperderemo di nuovo, se non saremo vigili. La poesiaterapia ti porta a mantenere saldo il contatto con te stesso, a cambiare verso chi sei veramente. In questi due anni circa di pandemia ho condotto diversi laboratori di poesiaterapia e la parola finale è sempre stata la medesima: grazie. Un grazie vero, circolare, che sa di erba fresca, aria di montagna. La poetry therapy funziona particolarmente quando avviene in gruppo, permettendo ai singoli membri di crescere, cambiare e migliorare profondamente la propria vita. Vorrei concludere con una poesia di Emily Dickinson, che considero uno spirito guida e traduco per quest’occasione.

Se potrò impedire che un cuore si spezzi (If I can stop one heart from breaking)

Se potrò impedire che un cuore si spezzi
non avrò vissuto invano,
se potrò togliere a una vita almeno una spina
o placare una pena,
o portare un pettirosso caduto
di nuovo nel nido,
non avrò vissuto invano.

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Francesco Bia

Francesco Bia

Docente di lettere e aspirante pubblicista. Ho collaborato per sei anni con due settimanali locali scrivendo di attualità, cultura, spettacolo, cronaca e sport. Oggi collaboro con BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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