Il 24 novembre 1991 se ne andava Freddie Mercury, per una malattia allora quasi sconosciuta. Oggi, contrarre l’HIV non è più una condanna a morte prematura.
Quando ci ha lasciato Freddie Mercury all’inizio degli anni ’90 non c’era molto più che l’evidenza di migliaia di persone malate, accomunate da una serie di manifestazioni cliniche legate al sistema immunitario, che si spegnevano nel giro di pochi anni per l’avanzare di questo virus.

Lo stesso decorso dell’iconico frontman dei Queen è rappresentativo di questo oblio silenzioso nel quale è rimasta relegata l’HIV per molto tempo. Innanzitutto perché la scienza, brancolando nel buio, avanzava deduzioni approssimative fondate sulla discriminazione a priori dei supposti comportamenti delle persone malate. Del resto, le fasi iniziali di ogni epidemia - quella contemporanea ce lo conferma - attraversano una serie di ipotesi non sempre oculate o corrette.

Di conseguenza, l'atteggiamento della comunità scientifica ha prodotto per lungo tempo un’informazione sommaria e distorta che ha alimentato paura e repulsione nella società verso le persone portatrici di HIV, stigmatizzandole.

Non a caso, lo stesso Mercury scelse di comunicare la sua malattia agli affetti più cari nel 1989, due anni dopo la diagnosi, mentre l’annuncio ai fan e a tutto il mondo arrivò emblematicamente appena due giorni prima della fine, con un comunicato stampa passato alla storia:

“È giunto il momento per i miei amici e i fan di tutto il mondo di conoscere la verità, spero che tutti si uniranno a me e ai miei medici nella lotta contro questa terribile malattia“.

40 anni di HIV
I primi casi si registrarono

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