Le ricerche, anche di genetica, sui disturbi al colon e sul binomio cervello-intestino potrebbero, presto, concedere una tregua a milioni di persone. Infatti, i fastidi provocati dalla motilità dell’intestino e dalla sindrome del colon irritabile interessano fino al 20% della popolazione mondiale. In Italia riguarda circa il 12% di persone, in prevalenza donne.

Questo tipo di disturbi si muovono sull’asse tra intestino e cervello, che dialogano sia tramite il sistema nervoso, sia attraverso gli ormoni e i neurotrasmettitori. I primi viaggiano attraverso il flusso sanguigno e regolano alcune funzioni corporee, come lo sviluppo, interferendo su emozioni e umore, che ne rimangono condizionati in positivo o negativo. I neurotrasmettitori, che lavorano principalmente nel cervello e attraverso il sistema nervoso centrale, invece, interferiscono sulle funzioni corporee e sui processi mentali, controllando le emozioni.

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Collegamento tra intestino, cervello e genetica

La sindrome del colon irritabile è caratterizzata da una combinazione di sintomi cronici o ricorrenti come dolori addominali, meteorismo, alterazione dell’alvo e alternanza diarrea e stipsi, non spiegabili con cause organiche. La sindrome riduce la qualità della vita, con giornate di assenza dal lavoro inferiori, per numero, solo a quelle conseguenti all’influenza. Inoltre, incide sul sistema sanitario tra visite, esami e terapie da seguire.

Il meccanismo che provoca l’irritazione al colon è sconosciuto. Patrizia Burra, direttrice della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato digerente dell’Università di Padova, nel ricondurla tra le patologie funzionali dell’apparato digerente, ha precisato che “non c’è una malattia organica sottostante responsabile della sindrome dell’intestino irritabile. Il fastidio spesso si risolve con l’evacuazione. Funzione celebrale e sensibilità viscerale sono collegate, per cui uno stimolo a livello celebrale si può tradurre in una ipersensibilità intestinale”. 

Sull’insorgenza della sindrome, caratterizzata da un’alterata regolazione del rapporto cervello-intestino, incide il profilo genetico del soggetto interessato. Mauro D’Amato, Direttore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia alla L.U.M. di Bari e docente di Genetica Medica, ha monitorato oltre 165.000 casi, accertando che la motilità intestinale, la velocità e la regolarità con cui l’intestino si svuota sono comandate da geni e, quindi, da situazioni ereditarie e ha precisato che “nella sindrome svolgono un ruolo significativo anche i geni legati a stress, ansia e instabilità emotiva”, confermando la relazione cervello-intestino e aggiungendo che “se era nota, a livello clinico, la sovrapposizione tra ansia e sintomi intestinali, ora sappiamo quali geni sono implicati”.

Disturbi del colon e genetica. Lo studio del forte legame tra cervello e intestino. L'importanza del cibo.

Ricerche in laboratorio (foto di Yassine Khalfalli da Unsplash).

L’incapacità di interpretare le emozioni

Anche Franco Scaldaferri, gastroenterologo presso la Fondazione Gemelli e docente all’Università Cattolica di Roma, conduce ricerche sul rapporto intestino-cervello e sostiene che “alcuni batteri dell’intestino, gli psicobiotici, producono sostanze in grado di influenzare il benessere psicologico o, al contrario, di determinare problemi della sfera psichiatrica”. Tra questi l’ansia, la depressione e, nel 66% di soggetti affetti dalla sindrome del colon irritabile, l’alessitimia, ossia l’analfabetismo emotivo. Chi ne soffre è incapace di riconoscere e descrivere gli stati emotivi propri e altrui, nonché di distinguere le emozioni dalle sensazioni fisiche.

Disturbi del colon e genetica. Lo studio del forte legame tra cervello e intestino. L'importanza del cibo.

Gli effetti sul benessere psicologico (foto di Towfigu Barbhuiya da Unsplash)

Nel rilevare che gli psicobiotici influenzano il rapporto tra il cervello e i batteri dell’intestino, gli studi evidenziano che le malattie gastrointestinali peggiorano in presenza di alterazioni psicologiche e viceversa, pertanto, nell’attività di ricerca l’approfondimento sia della relazione intestino-cervello che dei profili attinenti alla genetica rappresentano un passo in avanti verso terapie personalizzate.

Sintomi, terapie e prevenzione

I semplici disturbi all’intestino differiscono dalle malattie croniche intestinali, che si manifestano tramite specifici “sintomi di allarme”. Scaldaferri raccomanda di “ricorrere immediatamente al gastroenterologo quando si riscontrano malassorbimento di vitamine (B12, D), perdita di peso, sangue nelle feci, fistole e ascessi perianali, occlusione intestinale e diarrea per almeno 4 settimane. La diagnosi precoce e l’immediato trattamento, anche con farmaci innovativi e terapie sperimentali, permettono di convivere con la malattia cronica”.

Anche la relazione tra la sindrome del colon irritabile e l’alimentazione è oggetto di ricerca, come ha precisato Patrizia Burra, direttrice all’Università di Padova della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato digerente. Infatti, uno dei trattamenti somministrati è la dieta a basso contenuto di Fodmap, che consiste nell’escludere per 6-8 settimane, reintroducendoli poi gradualmente “oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili“, presenti in prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, come legumi, verdure, frutta e latte. Queste molecole, nel richiamare l’acqua e fermentare nell’intestino per i batteri presenti, producono gas e provocano gonfiore, movimenti intestinali e altri fastidi.

Per l’irritazione del colon “non esiste un trattamento che vada bene per tutti”, ha rammentato D’Amato e ogni paziente è destinatario di una cura personalizzata e la genetica potrà contribuire a garantire un’ottimale regolazione del rapporto cervello-intestino. “Non sono terapie a taglia unica, ma su misura del singolo paziente”, ha precisato Scaldaferri, aggiungendo che “l’attività fisica è un’opportunità per prevenire patologie infiammatorie e produrre salute”. Pertanto anche stile di vita, alimentazione e sport sono utili a proteggere dai disturbi intestinali e dalle malattie croniche.

 

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Paolo Maria Pomponio

Laureato in giurisprudenza, con Master in "Sicurezza, coordinamento interforze e cooperazione internazionale" e in "Comunicazione e media", ho lavorato nel privato e nel pubblico. Appassionato di calcio, che ho praticato, tendo all’ascolto e a un approccio alle cose con una visione d’insieme.

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