Dal censimento permanente dell’Istat emergono segnali positivi in materia di istruzione e qualifiche.

Analfabetismo in calo, aumento di diplomati, laureati e di coloro che hanno conseguito un dottorato. Il tasso di istruzione in Italia cresce, come mostra il censimento permanente dell’Istat che confronta l’andamento degli anni che vanno dal 2011 al 2019.

Il censimento

È una nuova modalità d’indagine quella adoperata dall’Istat e avviata ad ottobre 2018. Si tratta di un censimento permanente che rileva i dati demografici sulla popolazione: ora i dati e le mappe presenti sulla piattaforma Istat vengono aggiornati in modo dinamico e continuo (ecco perché la nuova formula del censimento viene detta “permanente”).

La recente pubblicazione, che fotografa i dati relativi agli anni 2018/19, evidenzia come la distribuzione della popolazione si sia sensibilmente modificata rispetto alla rilevazione precedente del 2011, e con essa molteplici fattori tra cui il grado di istruzione e la sua distribuzione geografica territoriale.

Positiva la crescita del tasso di istruzione. Analfabetismo in calo

Secondo l’ultimo rilevamento, la popolazione con un diploma di istruzione secondaria di secondo grado supera i 19 milioni, ossia il 36% della popolazione. Il 14% risulta essere in possesso di una laurea di primo o secondo livello. Lo 0,4% ha concluso un dottorato di ricerca, il titolo accademico più elevato, riconosciuto a livello internazionale.

Il confronto con il 2011 mostra un trend molto positivo: i diplomati salgono di 5 punti percentuali (erano il 31% nel 2011), i laureati passano dall’11 al 14% e i dottorati incrementano del 40%, passando da 164.621 a 232.833.

Tasso di istruzione in Italia

Confronto del tasso di istruzione in Italia nel periodo compreso tra il 2011 e il 2019.

In questo lasso di tempo diminuiscono, sia in termini assoluti che percentuali, le persone che non hanno terminato un percorso di studi, passando dal 6 al 4,6%. Anche l’analfabetismo registra un calo.

Dal censimento permangono i divari territoriali

I dati rilevati dal censimento confermano il gap regionale in termini di distribuzione. Nell’Italia meridionale l’analfabetismo è più del doppio rispetto all’Italia nord-occidentale: l’1,1% contro lo 0,4%. Così anche gli alfabeti privi di titolo di studio risultano più elevati nell’Italia Meridionale e insulare, rispettivamente il 4,8 e il 4,9%, mentre sono il 3,3% nell’Italia del Nord.

Diversa è la distribuzione per quanto riguarda laureati e dottorati. Il Lazio è la regione ad avere la più alta percentuale di laureati con 17,9%, seguito dall’Abruzzo al 15,3% e l’Umbria al 15,2%. Lombardia, Emilia Romagna, Molise e Marche intorno al 14%. È sempre il Lazio a guidare la classifica relativa alla percentuale dei dottorati di ricerca: 0,7%, che risulta quindi ben al di sopra della media.

L’ampiezza demografica comporta un aumento più consistente dei titoli di studio più elevati e quindi un tasso di istruzione maggiore: si passa dal 9,2% dei comuni fino a 5.000 residenti all’11,7% di quelli che raggiungono i 20.000. Per i comuni con più di 250.000 si arriva invece a sfiorare il 22%.

Meglio anche il tasso occupazionale dei giovani laureati

Nonostante l’Italia riporti un livello di occupazione giovanile ai minimi livelli rispetto la media europea, si è potuto assistere a una crescita costante negli ultimi anni. Il ritorno occupazionale dei giovani con diploma o laurea cresce di 13,7 punti percentuali rispetto al 2014 e di 2,2 rispetto al 2018.

Tasso di istruzione

Report sul ritorno occupazionale dei giovani tra i 25 e i 34 anni.

Dal 2011 al 2019 meno inattivi e più forza lavoro. Anche tra le donne

Il censimento permanente registra un aumento dell’occupazione tra la popolazione residente maggiore di 15 anni, che dal 45% passa al 45,6%, e dei disoccupati in cerca di occupazione: dal 5,8% al 6,9%. Questo consente di rilevare un aumento della forza lavoro e di conseguenza una diminuzione di persone inattive.

Notizie positive riguardano anche la componente femminile della popolazione che, nonostante la persistenza dello squilibrio di genere e un tasso di occupazione inferiore a quello maschile, risulta più partecipe nel marcato del lavoro rispetto al 2011.

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