La decrescita demografica nel mondo: cosa dicono i dati?

La crescita demografica non si è fermata, ma sta rallentando, per questo negli ultimi tempi si parla spesso di decrescita demografica. Secondo uno studio pubblicato su Lancet a luglio 2020, la popolazione mondiale raggiungerà il picco nel 2064 con circa 9,7 miliardi di persone e poi comincerà l’inversione di tendenza che farà scendere gli abitanti globali a quota 8,8 miliardi a fine secolo. Ventitré Paesi, fra cui l’Italia, vedranno ridursi le loro popolazioni di oltre il 50%.

Secondo l’ultimo rapporto Istat, nel 2020 la popolazione residente nel nostro Paese è risultata inferiore di quasi 384 mila unità rispetto al 2019 per gli effetti della pandemia. È stato rilevato un -3,8% di nascite, quasi 16 mila in meno rispetto al 2019, e +17,6% decessi, quasi 112 mila in più rispetto al 2019.

In Cina nel 2020 il settimo censimento decennale ha registrato 12 milioni di neonati, un calo del 18% rispetto al 2019. Dopo l’abolizione della politica del figlio unico nel 2015, i politici si aspettavano che le nascite potessero aumentare. Tra le ragioni della bassa natalità cinese ci sono l’elevato costo della crescita dei figli. Nella società cinese permangono discriminazioni sulle lavoratrici con figli e lo Stato garantisce poche misure di sostegno alla famiglia. Gli esperti ritengono improbabile che consentire alle coppie di avere tre figli, come annunciato ultimamente dal governo cinese, potrà avere effetti sulla demografia.

Nei Paesi ricchi il tasso di fecondità non garantisce il ricambio generazionale

Secondo le recenti statiche demografiche, il tasso di fecondità, che misura il numero medio di figli per donna, nelle economie dei Paesi ricchi è al di sotto di 2,1. Il tasso di fecondità al di sotto di 2,1 figli non garantisce la “soglia di sostituzione”, ossia il ricambio generazionale della popolazione.

Da mezzo secolo in tutti i Paesi sviluppati in cui le donne sono istruite e libere di scegliere se e quando avere figli, i tassi di fertilità scendono al di sotto dei livelli di sostituzione. Se queste condizioni si diffonderà in tutto il mondo, la popolazione globale alla fine diminuirà.

Alcuni esempi: il tasso di fecondità dell’Australia è 1,66, quello degli Stati Uniti è 1,64; il tasso europeo è 1,55 e in Italia siamo a 1,3. Anche il tasso di fertilità cinese di 1,3 bambini per donna nel 2020 è al di sotto del livello di sostituzione. In India, gli Stati più ricchi hanno tassi di fertilità inferiori al livello di sostituzione, e solo gli Stati più poveri del Bihar e dell’Uttar Pradesh sono ancora al di sopra. Solo nei Paesi più poveri, concentrati in Africa e Medio Oriente, si osservano ancora tassi di natalità elevati.

decrescita demografica

Tasso di fertilità (dati UNFPA)

Gli svantaggi della decrescita demografica: effetti sulla crescita economica

Una parte dei demografi, gli studiosi della popolazione, sostiene che la decrescita demografica ha solo effetti negativi. Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale presso la facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, afferma che il calo della popolazione è una questione “di squilibri tra generazioni con le implicazioni sociali ed economiche che ne derivano”.

La decrescita demografica può avere un impatto negativo sulla crescita economica di un Paese in termini assoluti. Le società con meno figli e la maggiore longevità portano a un invecchiamento della popolazione. Le conseguenze sono spese sempre più insostenibili per sanità, assistenza e pensioni. Con meno lavoratori le società diventano poco dinamiche e innovative. Alla lunga questi Paesi avranno problemi di crescita economica.

Secondo questi studiosi, la decrescita demografica deve essere fermata, incentivando la nascita di bambini per bilanciare l’invecchiamento della popolazione. In questo senso aiuteranno le misure del Recovery Fund e del Family Act messe in atto dal governo italiano recentemente. 

I vantaggi: con il calo della popolazione meno pressione sulla sanità e maggiore istruzione

Adair Turner, presidente della Energy Transitions Commission, una coalizione di leader del settore energetico impegnata a raggiungere l’azzeramento delle emissioni entro la metà del secolo, in un intervento su Project Syndicate (il sito di commenti e analisi di intellettuali di tutto il mondo), spiega perché la decrescita demografica ha anche dei vantaggi.

Il vero problema, fa notare Turner nel suo articolo, non è tanto il declino del tasso di fecondità sotto il tasso di sostituzione, ma la velocità di tale declino.

È vero che quando le popolazioni non crescono più ci sono meno lavoratori e i costi dell’assistenza sanitaria aumentano. Ma, secondo Adair Turner, ciò è compensato dalla ridotta erogazione di pensioni, oltre che di investimenti per infrastrutture e alloggi. Riducendo gli sprechi e spendendo di più per l’assistenza sanitaria e l’alta tecnologia, un Paese può continuare a prosperare economicamente.

La contrattazione della forza lavoro incentiva le imprese ad automatizzare. L’automazione fa aumentare i salari reali, che, a differenza della crescita economica assoluta, sono ciò che conta davvero per i cittadini. In un mondo in cui la tecnologia ci consente di automatizzare sempre più posti di lavoro, il problema sono troppi potenziali lavoratori, non troppo pochi. Con la decrescita demografica si punterà sull’istruzione e sulla capacità tecnologica.

Una popolazione globale stabile e in calo renderebbe più facile ridurre le emissioni di gas serra per evitare il cambiamento climatico. Le popolazioni in crescita, infatti, esercitano pressioni sulla biodiversità e sugli ecosistemi. Questa è anche la tesi del libro “La bomba demografica” del 1968 di Paul Ehrlich, studioso dell’Università di Stanford (California), e di sua moglie Anne. Il libro sosteneva che con la crescita della popolazione degli anni ’60 stava per aprirsi un’era in cui non ci sarebbe stato abbastanza cibo per tutti.

 

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