Il termine woke, ancora poco conosciuto in Italia perché sostituito dai termini politically correct e cancel culture, è un aggettivo della lingua inglese, che significa ‘stare svegli’, ‘stare all’erta’ nei confronti di ingiustizie razziali o sociali. L’ideologia woke è nata negli Stati Uniti negli anni Sessanta del XX secolo con un atteggiamento consapevole dei soprusi sociali rappresentati dal razzismo e dalla disuguaglianza economica e sociale, solidarizzando e impegnandosi per aiutare coloro che le subivano.

In quegli anni, durante le manifestazioni, si elaboravano pensieri e proposte per appianare le differenze e affermare i diritti, ma non a danno di altri. Oggi la situazione è decisamente cambiata e la cancel culture ha preso il posto dell’idea di inclusività, di quel desiderio di estendere alle minoranze il godimento di un diritto e la piena partecipazione a un sistema.

Rivendicare la storia nella sua autenticità

Partendo da Mahatma Gandhi e Nelson Mandela, arrivando fino ai giorni nostri con l’Onorevole Liliana Segre – testimone attiva della Shoah italiana – tutti ci insegnano che la Storia, seppur nella sua più atroce versione, non deve essere cancellata. È fondamentale ricordare per non commettere nuovamente gli errori del passato. È importante che le nuove generazioni, impegnate attivamente a rivendicare per tutti gli stessi diritti, siano informate su quello che è stato per poter mettere basi solide, plausibili e coerenti per le loro battaglie.

La tendenza a condannare il passato sulla base della sensibilità contemporanea demolendo statue, abolendo testi scolastici o cancellando autori del passato e venerati personaggi storici, si allontana non di poco dall’idea di inclusività che ha come obiettivo eliminare qualunque forma di discriminazione all’interno di una società, ma sempre nel rispetto della diversità.

Riconoscere universalmente i diritti che spettano a ogni essere umano non significa precludere o azzerare eventi che la storia ci ha raccontato. Se questo dovesse succedere, ci ritroveremmo sempre al punto di partenza e ci sarebbe sempre qualcuno che la storia, a volte spietata e disumana, la replicherebbe.

L’ideologia woke e la sua trasformazione

L’evoluzione di una società porta con sé inevitabili cambiamenti. Quella che in origine era una ferma volontà di uguaglianza di diritti, rischia di diventare una vera e propria guerra culturale. Stay woke, stare svegli, è oggi percepito come l’invito ad epurare la società di tutto ciò che è impuro con un’aggressività e una ferocia senza mezzi termini.

Il reale problema della trasformazione dell’ideologia woke non è certamente l’insieme dei valori legittimi e in gran parte condivisibili che porta con sé.  La preoccupazione sorge quando i metodi per ottenere ciò che legittimamente spetta in termini morali e umani finisce con il tradire la maggior parte degli stessi valori che si professano. Togliere agli altri, quelli considerati privilegiati, è un enorme passo indietro. Affermare o esigere il riconoscimento di rispetto o meriti ingiustamente negati, censurando o proibendo tutto quello che può ferire la sensibilità degli offesi, non è probabilmente la strada giusta da percorrere, non fosse altro perché nella nostra Costituzione l’articolo 21 sancisce: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Come si può migliorare

In questo periodo si è parecchio accentuato il dibattito sugli effetti delle evoluzioni di fenomeni come il pensiero woke e la cancel culture. Che siano bianchi o neri, ricchi o poveri, eterosessuali o omosessuali, quando viene negata la libertà di espressione chiunque si sente stretto in una morsa e, il più delle volte, legittimato a utilizzare l’aggressività.

A tal proposito, l’Università di Cambridge propone agli studenti un corso di free speech, letteralmente parole in libertà, per combattere il tentativo di boicottare un gruppo o un individuo togliendogli la possibilità di potersi esprimere liberamente. Insegnare alle nuove generazioni a tollerare le opinioni altrui non significa necessariamente insegnare a condividerle. Vuol dire avere la possibilità di elaborare un pensiero critico attraverso l’ascolto e di interagire, se contrari, attraverso proposte alternative cooperando, discutendo, confrontandosi per trovare il giusto equilibrio. Arif Ahmed, professore di filosofia del Gonville&Caius College a questo proposito afferma:

“Qualsiasi cosa stiate studiando, una parte essenziale dell’istruzione universitaria sta nel comprendere la necessità di tollerare un’ampia gamma di punti di vista, anche quelli che trovi scioccanti o offensivi. Ecco perché un’educazione ai principi base della libertà di parola vi sarà utile”.

Invertendo la rotta, si può evitare di ritrovarsi su un terreno molto rischioso che ha già dei precedenti, così come la storia ci insegna. Rivendicare i diritti con dinamiche istintive e di pancia provoca rabbia e aggressività nella parte offesa e, come conseguenza, si ottiene l’inevitabile chiusura a qualsiasi tipo di dialogo costruttivo.

Le opinioni legittime, così come la storia, non devono essere soffocate o cancellate, ma devono essere aperte al libero dibattito.

Florinda Ambrogio

Florinda Ambrogio

Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche credo fortemente nell'equilibrio mente-corpo per poter vivere la vita in modo sano e consapevole. Sostengo l'informazione corretta che possa accompagnare il lettore a soluzioni plausibili e per questo collaboro con buonenotizie.it per un giornalismo costruttivo.

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