Gli ultimi quarant’anni sono stati caratterizzati dall’apertura dei mercati internazionali e dalle relazioni commerciali e finanziarie tra gli Stati: la cosiddetta globalizzazione economica. Dal nuovo ordine economico hanno beneficiato principalmente le multinazionali e la Cina. Le storture generate dalla globalizzazione sono state le dipendenze di approvvigionamenti tra gli Stati (vedi il gas russo) e l’ampliamento delle disuguaglianze economiche. I Governi attuano politiche di de-globalizzazione, ma gli economisti prevedono un ulteriore rialzo dei prezzi.

Le catene globali del valore 

Pol Antràs dell’Università di Harvard (Global Value Chains, 2022) ha spiegato come la globalizzazione abbia radicalmente cambiato la produzione delle merci. Le scarpe italiane esportate all’estero sono prodotte con pelli importate dall’Etiopia e con gomma proveniente dall’Indonesia, mentre la lavorazione finale del prodotto avviene in Italia. Similmente per le batterie elettriche: la raffinazione del litio avviene in Cina, la lavorazione del prodotto in USA che possiede migliori macchinari, Taiwan fornisce i micro-chip, ma l’assemblaggio finale è cinese.

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Questa è la “catena globale del valore” generata dalla globalizzazione: la specializzazione dei segmenti della produzione di un bene ha prodotto una merce finale il cui risultato è la somma del valore aggiunto proveniente da vari Paesi.

La diversificazione dell’approvvigionamento delle materie, con fornitori sparsi nel globo (il cosiddetto offshoring), richiede un grande investimento di capitale iniziale e questo spiega perché le multinazionali, operando su scala internazionale, siano state avvantaggiate dalla globalizzazione.

La Cina ha maggiormente beneficiato dalla globalizzazione grazie alla manodopera a basso costo, ma anche l’Italia ne ha beneficiato con un export che nel 2023 ha già superato i 660 miliardi (Il Sole 24ore).

Le disfunzioni della globalizzazione

La pandemia ha interrotto la globalizzazione. La chiusura forzata del trasporto delle merci, per impedire la diffusione del virus, ha evidenziato quanto la diversificazione dell’approvvigionamento delle merci abbia generato eccessive dipendenze: gli scaffali dei supermercati erano sprovvisti di beni e le automobili non venivano consegnate per pezzi esteri mancanti.

La seconda interruzione forzata alla globalizzazione è stata la guerra in Ucraina. Il conflitto ha evidenziato le dipendenze economiche da altri Paesi. La fornitura di gas dalla Russia, vantaggiosa in tempo di pace, con il conflitto ha subito forti rincari.

La “catena globale di valore” ha abbassato i tassi di interesse bancari, ma a beneficiarne sono state solo le multinazionali. I piccoli imprenditori, non avendo la possibilità di spostare ingenti capitali finanziari, necessari per gli approvvigionamenti frazionati, sono rimasti fuori dai mercati interconnessi. Come sottolinea Branco Milanovic, esperto internazionale, ciò ha ampliato le diseguaglianze economiche, soprattutto tra le classi più basse con crescita zero salariale.

Verso la de-globalizzazione

Il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) registra per il 2023 un aumento degli scambi del +1,7%, eppure le disfunzioni della globalizzazione – dipendenze geopolitiche e diseguaglianze economiche – portano a un ripensamento del neo-liberismo con politiche di de-globalizzazione.

Gli Stati Uniti per rendersi più indipendenti dal commercio estero stanno adottando politiche protezionistiche (vedi i passati dazi imposti da Trump). I prezzi competitivi delle merci cinesi hanno portato alla chiusura di alcuni settori, con perdita di posti di lavoro, e così, grazie anche alla produzione tecnologica robotistica, le nuove politiche di “rallentamento” (slowbalization) hanno prodotto un calo delle importazioni cinesi.

Anche l’Europa punta ad una autonomia strategica frenando l’eccessivo neo-liberismo tramite un maggior controllo statale dei mercati. La Germania, che ha de-localizzato varie aziende in Paesi con costi ridotti di manodopera, ha perso molti posti di lavoro ed ora il governo sta supportando il reshoring, cioè il rientro delle aziende e delle produzioni di beni in patria.

Politiche a difesa di “interessi nazionali” sono in atto anche in Italia. Per arginare le dipendenze esterne delle forniture da un unico Paese, il Governo ha diversificato le importazioni del gas con importazioni dall’Algeria. Misure di de-globalizzazione avvengono tramite filiere di fabbricazione più corte e più vicine ai luoghi di consumo del bene, in favore di una maggiore regionalizzazione.

Integrazione europea

La de-globalizzazione per arginare le ripercussioni negative richiede tempo, capitali e può portare all’innalzamento dei prezzi e all’inflazione. Ma il modello economico è ormai incrinato: pochi Paesi hanno beneficiato dall’economia globale, quali l’India, Indonesia e Brasile che hanno assistito alla nascita di un’emergente classe media. Per la maggioranza non si è realizzata la teoria economica che i prezzi più bassi delle merci al consumo importate, avrebbero compensato i salari più bassi dei lavoratori (Dirana Foroohar, Financial Times, 2022).

Le storture dell’estrema produzione globale stanno indirizzando gli Stati UE verso spinte di de-globalizzazione. Si intensificano le catene di filiere produttive europee con Stati affini politicamente (friendsharing), a discapito di quelle globali. Si attua il reshoring con la rilocalizzazione delle aziende in patria; si accorciano le dipendenze delle forniture (nearsharing) puntando a una maggiore autonomia dai fornitori esteri. La forte integrazione europea ha già portato allo European Chips Act per la costruzione dei semi-conduttori e alla diversificazione degli approvvigionamenti dei beni intermedi.

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Lucia Massi

Avvocata, assistente universitaria in U.S.A., interprete del tribunale di Roma e promotrice di cultura italiana presso la F.A.O. Le lauree conseguite in Italia e all’estero, incluso un Ph.D. presso la Columbia University di New York, attengono alle discipline giuridiche e letterarie. Laureata in giornalismo, collabora con BuoneNotizie.it.

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