La nostra comprensione del fenomeno migliora di anno in anno e ci impone di proseguire nel suo contrasto dal punto di vista internazionale.

Si è chiuso il buco nell’ozono antartico del 2020, che ha fatto registrare il record di durata e una delle maggiori estensioni da quando il fenomeno viene monitorato. Questo l’annuncio dell’Organizzazione Metereologica Mondiale (OMM), che ha diffuso la notizia riportando anche alcune considerazioni positive sul futuro al netto di un’azione internazionale che dovrà essere necessariamente compatta e coordinata.

Cos’è il buco nell’ozono?

Il cosiddetto buco nell’ozono non è altro che un’assottigliamento dell’ozonosfera, ovvero la regione che si trova tra i 15 e i km dalla superficie terrestre e nella quale si registra un’elevata concentrazione di ozono. E quale l’utilità di tale copertura? Il filtro dei raggi ultravioletti, le cui radiazioni sono nocive per la biosfera, ovvero l’involucro esterno alla superficie terrestre, in cui sussistono le condizioni indispensabili agli organismi viventi. Uno strato che è sì maggiormente importante quanto maggiormente ci si distanzia dai poli vista la maggior esposizione ai raggi solari, ma che comunque assume un aspetto essenziale per tutta la superficie terrestre.

Quali sono le cause della riduzione del buco nell’ozono? Esistono cause naturali e cause “umane”, le seconde delle quali relative soprattutto ai gas CFC, ovvero clorofluorocarburo. Per anni si è dibattuto circa il peso dell’una o dell’altra causa sull’assottigliamento dello strato di ozono, con la comunità scientifica che ha riconosciuto la matrice naturale del cambiamento pur sancendo inequivocabilmente la causalità dell’azione umana. Una tesi che negli anni ha portato fino alla stesura del Protocollo di Montreal nel 1987.

Buco nell’ozono in Antartide: record positivo nel 2019

Il buco dell’ozono di cui si parla più spesso a livello scientifico è quello sopra l’Antartide, la cui dimensione subisce una continua e ciclica evoluzione. Da ormai 40 anni si procede con il monitoraggio dell’ozonosfera e gli studi hanno portato a evidenziare il massimo di riduzione tra metà settembre e metà ottobre, con ritorno a livelli di normalità tra fine dicembre e inizio gennaio.

Le ultime due stagioni hanno messo in evidenza tuttavia un comportamento particolare. Secondo quanto riportato dalla NASA e dall’Amministrazione Oceanica e Atmosferica degli USA, sopra il continente antartico, a causa di un vortice polare delle emisfero australe, il buco è stato insolitamente piccolo nel 2019.

«È una grande notizia per l’ozono nell’emisfero australe», dichiarò Paul Newman, scienziato della terra del NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, in Maryland. «Tuttavia è importante riconoscere che ciò che stiamo osservando quest’anno sia dovuto a temperature stratosferiche più calde», precisava, «non è il segno che l’ozono atmosferico si stia riprendendo più velocemente».

Quali le dimensioni nel corso del 2019? Secondo quando diffuso dall’OMM, in media il massimo di estensione è di 21 milioni di km quadrati, che corrisponde all’incirca alla superficie degli USA e del Canada insieme. Nel 2019 è stato invece registrato un massimo di 16.4 milioni di km quadrati ad inizio settembre, ridottisi poi a meno di 10 tra metà mese e le prime due settimane di ottobre. Stiamo parlando dunque di una riduzione estremamente sensibile.

Variazione del buco nell’ozono antartico negli anni (© Agenzia Europea per l’Ambiente)

Buco nell’ozono in Antartide: record negativo nel 2020

Quello del 2019 è stato dunque un andamento nettamente differente rispetto a quanto fatto registrare nel 2020. Secondo quanto riportava ad ottobre il Copernicus Climate Change Service dell’Unione Europea, «il buco dell’ozono di quest’anno ha raggiunto la sua massima estensione e in generale grandi dimensioni a livello di profondità e ampiezza». Quale l’entità? Circa 24.8 milioni di km quadrati, ovvero quasi quattro in più rispetto alla media. «Il buco nell’ozono del 2020 assomiglia a quello del 2018», ha dichiarato Vincent-Henri Peuch, Direttore del Servizio di Monitoraggio dell’Atmosfera di Copernicus, puntualizzando «che era anche un buco abbastanza grande». Segue un’analisi in riferimento a quanto accaduto l’anno prima:

Dopo il buco dell’ozono insolitamente piccolo e di breve durata nel 2019, che è stato causato da condizioni meteorologiche speciali, ne stiamo registrando un altro piuttosto grande quest’anno, che conferma la necessità di continuare ad applicare il protocollo di Montreal che vieta le emissioni di sostanze chimiche che riducono lo strato di ozono.

Vincent-Henri Peuch

Vincent-Henri Peuch (© Twitter)

La causa di queste dimensioni importanti sarebbe da imputare al vortice polare che ha influenzato la temperatura dello strato di ozono sopra l’Antartide. La temperatura fredda ha infatti impedito il contatto tra l’aria impoverita di ozono e quella ricca proveniente da differenti latitudini. Una situazione che ha portato a far registrare concentrazioni di ozono prossime allo zero intorno ai venti km di altitudine.

A fine dicembre il buco del 2020 si è finalmente chiuso

«Il buco dell’ozono antartico da record del 2020 si è finalmente chiuso alla fine di dicembre», si legge sul comunicato dell’OMM, «dopo una stagione eccezionale a causa delle condizioni meteorologiche naturali e della continua presenza di sostanze che riducono lo strato di ozono nell’atmosfera». Una notizia molto importante vista la duratura record e una delle maggiori dimensioni nella storia raggiunte tra la fine dell’estate e l’autunno inoltrato.

«Le ultime due stagioni del buco dell’ozono dimostrano la variabilità di anno in anno del buco dell’ozono», ha dichiarato Oksana Tarasova, scienziata a capo della divisione di Ricerca sull’Ambiente dell’OMM. «Le ultime due stagioni migliorano la nostra comprensione dei fattori responsabili della sua formazione, estensione e gravità». Di seguito, un monito su ciò che è internazionalmente necessario:

Abbiamo bisogno di un’azione internazionale continua per far rispettare il Protocollo di Montreal sulle sostanze chimiche che riducono lo strato di ozono. Ci sono ancora abbastanza sostanze che riducono lo strato di ozono nell’atmosfera da causare la riduzione dell’ozono su base annuale

Oksana Tarasova

Oksana Tarasova (© Twitter)

Segnali positivi: la ricerca della NASA

Nel 2018 il buco nell’ozono sopra l’Antartide ha fatto registrare una dimensione importante, intorno ai 23 milioni di km quadrati, seppur inferiore a quella del 2015, estesasi fino ai circa 25 milioni in media con un picco di circa 28, quarta estensione massima mai raggiunta. Va considerato però che, secondo quanto riportato da uno studio della NASA, il buco nell’ozono si è ridotto del 20% dal 2005. Questa la dichiarazione in merito di Susan Strahan, scienziata del Goddard Space Flight Center:

Si osserva come la presenza del cloro sia diminuita all’interno del buco, e per questo si ha un minore esaurimento dell’ozono.

Susan Strahan

Segnali positivi: la ricerca del MIT

Un dato, quello diffuso dalla NASA, confermato anche da quanto riportato dal Massachusetts Institute of Technology. Secondo uno studio, infatti, il buco nell’ozono si sarebbe ridotto di circa 4 milioni di km quadrati dal 2000, anno in cui il esso ha raggiunto la sua massima espansione. Un effetto riconducibile a una sensibile riduzione delle emissioni di CFC. «Ora possiamo essere certi che le cose che abbiamo fatto hanno messo il pianeta sulla via della guarigione», affermava Ellen Swallow Richards, professoressa di Chimica Atmosferica e Scienze Climatiche presso il MIT. Un messaggio di speranza, dunque:

Ciò è abbastanza buono per noi. Non siamo forse esseri umani straordinari che stanno agendo collettivamente come pianeta al grido di «Liberiamoci di queste molecole»? Ci siamo stiamo liberando di loro e ora vediamo il pianeta rispondere.

Ellen Swallow Richards

Le contromisure internazionali stanno funzionando

Un cosa è certa: le contromisure internazionali prese per contrastare l’assottigliamento del buco nell’ozono stanno funzionando, come dimostrato per esempio dagli studi della NASA e del MIT. Un trend dunque positivo che non ci deve però distrarre dall’obiettivo finale, indicato dagli scienziati: quello di tornare ai livelli precedenti al 1980. Non sappiamo quanto le cause naturali influiranno a dispetto di quelle umane, che stiamo cercando di limitare, ma la nostra comprensione del fenomeno cresce di anno in anno, così come i dati di monitoraggio. In attesa dei dati del 2021 non resta dunque che continuare in una direzione coordinata e compatta.

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