Il ruolo dei governi locali per combattere i cambiamenti climatici partendo dalle città è cruciale.

Negli ultimi secoli la distribuzione della popolazione mondiale ha determinato conseguenze rilevanti dal punto di vista del cambiamento climatico. La crescita demografica e l’urbanizzazione di massa hanno stravolto, in pochi secoli, le condizioni climatiche esistenti per anni. Guardando al presente, 7,7 miliardi di persone dimorano sulla Terra, il 55% delle quali in centri urbani. Entro il 2050 saremo 10 miliardi di abitanti di cui, si stima, il 68% nelle città, dalle quali dipende il 78% del consumo dell’energia globale e il 60% per l’emissione dei gas a effetto serra.

Uno studio condotto da Daniel Moran, ricercatore presso la Norwegian University of Science and Technology, ha mostrato che la quantità più alta di emissioni relative ai consumi energetici di un Paese può dipendere da poche città, ovvero quelle dove vi è maggiore benessere economico. Per i cittadini dunque, è fondamentale seguire regole di buon senso e soluzioni ecologiche volte alla sostenibilità. Il ruolo principale è svolto dai governi locali, che dovranno essere in grado di sviluppare modelli decisionali snelli ma d’impatto, per contrastare fenomeni allarmanti, quali il surriscaldamento globale e l’innalzamento dei mari. Soltanto Francia, Slovacchia, Regno Unito e Danimarca (come abbiamo raccontato in questo articolo) hanno imposto l’adozione di piani climatici locali, sovrapponendosi alle autorità cittadine.

Il cambiamento climatico: cosa lo determina

Per salvaguardare il nostro ecosistema, un primo passo fondamentale è conoscere cosa determina il cambiamento e la conseguente crisi climatica. Il riscaldamento globale e l’innalzamento delle acque è perlopiù determinato dalle attività antropiche (cioè causate dall’uomo). I fattori principali dell’aumento repentino della temperatura media del pianeta sono da attribuire all’alto consumo di combustibili fossili e alla deforestazione. Se, da un lato, i responsabili della crisi climatica sono le città e i cittadini, quindi tutti noi con i nostri comportamenti, dall’altro lato sono gli stessi agglomerati urbani a rischiare di più. Secondo il report di Cdp, organizzazione non-profit che si occupa di calcolare e divulgare l’impatto causato dai cambiamenti climatici, i pericoli che interessano i centri urbani sono pressoché comuni: siccità, innalzamento delle temperature e dei mari, con il rischio di inondazioni.

Quali sono i luoghi più a rischio? Uno sguardo globale

Città come Londra, Amsterdam, Città del Messico, Venezia, oltre a rappresentare luoghi ricchi di storia e cultura, guardano ad eventi climatici futuri con preoccupazione. Gli effetti delle attività svolte dall’uomo, porterebbero, non solo ad un riscaldamento globale notevole, ma anche ad un innalzamento dei fondali non indifferente. Le stesse Maldive – isole bassissime – rischiano di essere soggette a inondazioni.

Gli esperti hanno notato come gli effetti del cambiamento climatico non siano simili per tutti. I luoghi che rischiano le conseguenze più disastrose sono talvolta proprio quelli più poveri, perché esse si ammontano a quelle relative ad altri problemi già esistenti. Ne sono un esempio Haiti, Brasile, Bangladesh, Filippine, tutti Paesi in cui le già critiche condizioni sociali si uniscono a eventi climatici disastrosi, come uragani e terremoti, che nel corso del tempo hanno già creato danni irreparabili.

Il Green New Deal: la soluzione dell’Unione Europea

Il cambiamento climatico è una delle priorità dell’Unione Europea. I capi di Stato e di governo hanno deciso di ridurre le emissioni nocive di gas serra di “almeno il 55%” entro il 2030.

Lo scorso gennaio, il Parlamento Europeo ha approvato il Green New Deal, una strategia ambientale che prevede per l’UE l’azzeramento dell’impatto climatico entro il 2050.

L’Europa può già vantare alcune delle città più ecologiche al mondo. Si tratta di centri aventi caratteristiche comuni, perlopiù capitali costiere, prospere e ubicate nell’Europa Settentrionale, come Stoccolma, Parigi, Barcellona e Rotterdam. Al contrario, la maggior parte degli agglomerati dell’Europa Meridionale stentano a raggiungere il medesimo livello di sostenibilità. L’Unione Europa ha approntato il Covenant of Mayors, il “Patto dei sindaci per il clima e l’energia”, che vede l’impegno di città nel ridurre le emissioni di CO2 su base annuale di 1,3 miliardi di tonnellate entro il 2030. I firmatari devono presentare, entro due anni dalla data di adesione, un progetto sostenibile per l’energia e il clima con gli interventi chiave che si intendono intraprendere.

Piani d’azione locali: l’importanza delle città nella lotta al cambiamento climatico

I progetti transnazionali messi in campo dall’Unione Europea sono altresì importanti; tuttavia un ruolo fondamentale e imprescindibile è quello svolto dai governi locali. Le città possono implementare dei piani di azione del tutto autonomi particolarmente proficui. Una recente ricerca condotta su 885 città europee, mostra che il 36% delle città sta sviluppando almeno un piano di mitigazione in Polonia, in Germania, in Irlanda, in Finlandia, e in Svezia, l’11% un piano di adattamento, e solo il 3% entrambi. Si evince il ruolo primario giocato dalle città per evitare l’aumento del riscaldamento globale. Le politiche locali possono intervenire direttamente sulla vita dei cittadini attraverso soft policies, incoraggiando abitudini di vita più ecologiche per i propri cittadini; oppure attraverso hard policies, dettando cioè regolamentazioni e tassazioni sulle emissioni di gas a effetto serra.

Come intervenire? Il ruolo di società e aziende

Tra le tante novità “green” messe in campo da società e aziende nel settore dell’elettrificazione, bisogna considerare l’illuminazione stradale a LED; l’allestimento di quartieri esclusivamente elettrici (senza automobili private, servito da mezzi pubblici e a zero emissioni), e gli impianti solari municipali. Per quanto riguarda l’utilizzo di energia nel settore industriale, per ridurre l’emissione di calore, si annovera come soluzione la conversione a combustibili con basse emissioni di carbonio. Altra novità importante è l’implementazione sulle nostre strade di vetture elettriche, basate sull’idrogeno verde, prodotto dall’acqua tramite elettrolisi, usando come catalizzatori dei metalli a basso costo come ferro e nichel, al posto di metalli molto più costosi. Si tratta di una svolta molto più economica e sostenibile.

Una regolamentazione importante dettata dai governi locali, riguarda la differenziazione dei rifiuti organici. I rifiuti alimentari e dei depositi, possono emettere grandi quantità di metano, un gas a effetto serra molto più potente della decomposizione della CO2. A tal proposito, un esempio di successo è quanto accaduto ad Alappuzha, in India, dove si utilizza sia il compostaggio che la produzione di biogas, che riduce le emissioni e permette un ingente risparmio di denaro.

Le metropoli ad emissione zero non sono un’utopia; più soluzioni insieme messe in campo, valutazioni dei piani d’intervento locali e transnazionali, amplificano di gran lunga vedute a ridotto raggio, che portano a guardare con negatività a cambiamenti climatici futuri, considerati irreparabili.

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