Il rapporto “Italia del Riciclo” 2021 è stato presentato a Roma la scorsa settimana dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e FISE, giunto ormai alla dodicesima edizione. L’occasione è dedicata ad evidenziare ogni anno – numeri alla mano – l’andamento complessivo delle filiere del riciclo e recupero dei rifiuti ma soprattutto per capire cosa si può ancora migliorare, in qualità di addetti ai lavori, di istituzioni e di cittadini.

Da quanto emerso, l’Italia ad oggi ricicla annualmente il 65% dei rifiuti totali (120 milioni di tonnellate) e il 47% di quelli urbani (14 milioni di tonnellate).

Questi dati sono da rapportare ai target europei del 55% nel 2025 e del 60% nel 2030 ma anche al fatto che sono tra i più alti in Europa, appena alle spalle del primato tedesco (67%) per i rifiuti totali riciclati.

Ben al di sopra della media europea del 12,8% è il nostro tasso di circolarità (21,6%), riguardo l’utilizzo di prodotti riciclati in sostituzione di materie prime vergini.

Positivamente anche i rifiuti urbani e la raccolta differenziata rispetto al pre-pandemia che hanno dimostrato la tendenza inversamente proporzionale auspicata: diminuiti di mezzo milione di tonnellate i primi (29,5) e aumentata la seconda.

Per maggiore accuratezza il punto di riferimento è il Rapporto Rifiuti Urbani 2021, che l’ISPRA ha presentato martedì scorso.

Le filiere “traino” verso la circolarità

I rifiuti speciali rappresentano una roccaforte di leadership immutata tra pre e post pandemia, che ha subìto un ulteriore incremento di quasi 4 milioni di tonnellate, per un totale di 158 milioni di tonnellate (68%).

Tra questi spicca – nella categoria degli speciali pericolosi – la performance quasi perfetta nel settore degli olii minerali esausti che arriva al 99,1% di olio rigenerato.

Il dato più sorprendente però è quello che riguarda il packaging, aumentato del 3% rispetto al 2019, attestando il 73% dei rifiuti avviati a riciclo rispetto al totale dell’immesso al consumo (13 milioni di tonnellate) che ha anticipato quindi di alcuni anni il target europeo previsto per il 2025 del 65%.

Analizzando sinteticamente le singole filiere degli imballaggi i risultati sono assolutamente allineati: carta e cartone (87%) – cresciuto anche in quantità per via dell’aumento del commercio online e del delivery durante il lockdown – acciaio (80%), vetro (79%), alluminio (69%), legno (62%), a chiudere la plastica (49%) che tuttavia risente della recente evoluzione normativa.

Risultati moderati per alcune filiere

Il settore RAEE (Rifiuti Apparecchi Elettrici e Elettronici) si ferma solo al 39% dell’immesso al consumo, con un trend addirittura in flessione rispetto al 2019, molto distante dal target europeo del 65%. Ciò è particolarmente grave in virtù dell’aumento dell’uso di apparecchiature elettriche ed elettroniche in pandemia e al potenziale di ricchezza in funzione del tema delle terre rare. Le stesse considerazioni valgono per le pile e gli accumulatori portatili, il cui tasso di raccolta è fermo al 43%.

Un dato migliore proviene dai veicoli fuori uso (85%) – seppur inferiore al target del 95% – a cui si affianca però un crollo del 30% nel riciclo degli pneumatici fuori uso, dovuto senz’altro alle restrizioni nella libera circolazione durante il lockdown. Non a caso, per la ripartenza è stata incentivata la gomma vulcanizzata da PFU con il decreto End of Waste, ma senza produrre ancora effetti significativi.

Infine due dati positivi ma che presentano grosse criticità, di natura diversa.

Il primo riguarda la filiera degli olii vegetali e grassi animali esausti nell’alimentare che è migliorata nel 2020 (73%).  Persiste una grossa lacuna nella percezione del potenziale inquinante che deriva dallo scarico nelle tubature domestiche.

Allo stesso modo, il settore del riciclo dei rifiuti inerti presenta un trend migliorato sulla quantità (78%) ma non sulla qualità, che permetterebbe di non ricorrere a materie prime vergini. Questo rappresenta la grande occasione mancata dell’Italia secondo Paolo Barberi – Presidente FISE Unicircular – se osserviamo il modello efficace dell’Olanda che primeggia in questo campo.

Grandi attese tra finanziamenti e proposte concrete

La ripresa economica mondiale ha innescato, come prevedibile, un effetto domino per cui c’è maggior domanda di materie prime e un conseguente rialzo dei prezzi che si traduce in una crisi negli approvvigionamenti.

Alla luce di questa e delle innumerevoli ragioni di opportunità emerse nel dibattito, e anche della nostra indubbia posizione di vantaggio, diventa sempre più strategico il ruolo delle attività di riciclo e recupero in Italia nel guidare la ripresa economica del nostro Paese.

A tal proposito, il PNRR ha stanziato ingenti risorse destinate a questo, in particolare:

  • 1,5 miliardi ai Comuni e agli Enti pubblici d’ambito per realizzare nuovi impianti di gestione dei rifiuti e ammodernare quelli esistenti. Obiettivo: ottimizzare la raccolta differenziata e in particolare il riciclo dei rifiuti urbani
  • 600 milioni per i progetti “faro” di economia circolare per le imprese, così da incentivare l’innovazione tecnologica nelle varie filiere

Argomentando queste misure però, dagli interventi dei vari interlocutori sono emerse ulteriori criticità.

L’aver accantonato tra i destinatari dei finanziamenti le imprese private, che storicamente rappresentano il motore economico nazionale in questo settore. L’eccesso di burocrazia, che impedisce tempi brevi nelle autorizzazioni per i nuovi impianti e l’approvazione tempestiva di soluzioni tecnologiche innovative che nell’attesa “scadono” o diventano “superate”. L’IVA agevolata, contemplata solo per la transizione energetica ma non per le pratiche di economia circolare, come l’utilizzo di prodotti riciclati e recuperati. Stesso dicasi per il credito d’imposta.

In questo contesto, la nuova Strategia nazionale per l’economia circolare, che sarà adottata entro giugno 2022, giocherà un ruolo epocale. Sicuramente la partecipazione e le aspettative non mancano.

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