Fast Fashion è il termine che indica la produzione di collezioni di abbigliamento di bassa qualità a un ritmo elevato vedute a un prezzo contenuto. In questo modo, l’enfasi viene posta sull’ottimizzazione della catena di produzione per consentire ai consumatori di acquistare capi sempre nuovi a basso prezzo. Anche se la fast fashion spinge su un consumo di massa e la ricerca continua della novità,  incrementando pratiche non sostenibili lungo tutta la filiera tessile.

Le conseguenze della “Fast Fashion” sull’ambiente

L’Oekom Research, la più importante agenzia internazionale di rating per gli investimenti sostenibili, ha stimato che su 12 marchi tessili meno della metà adottano misure sostenibili continuando a far uso di materie ad alto impatto ambientale. Ad oggi, il settore tessile contribuisce con 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 alle emissioni globali di gas serra. In termini di impatto ambientale complessivo, secondo le stime della Commissione Economica Europea, la fast fashion:

  • produce il 20% dello spreco globale dell’acqua
  • produce il 10% delle emissioni di anidride carbonica
  • emana più gas serra rispetto a tutti gli spostamenti aerei e navali di tutto il mondo
  • utilizza pesticidi che vanno a inquinare i fiumi e i terreni vicini alle fabbriche che scaricano nell’acqua pesticidi, coloranti tossici e sostanze dannose e aggressive
  • ha imposto la creazione di coltivazioni intensive di cotone che gravano in maniera considerevoli sui bacini idrici dei paesi in via di sviluppo

La Commissione Europea sta lavorando per una revisione del Regolamento Tessile che, nel biennio 2024-25, dovrebbe incentivare il recupero dei materiali e garantire una tracciabilità delle materie prime che dovrebbe disincentivare il modello Fast Fashion e le sue conseguenze. Ci sono già aziende che, in netto contrasto con la tendenza della Fast Fashion, usano tessuti organici e pagano equamente la manodopera; altre usano fibre sintetiche riciclate senza usare sostanze chimiche durante il processo di produzione, non generando quindi rifiuti con i componenti produttivi. Inoltre, ci sono aziende che si concentrano su valori etici e sulle materie biologiche.

Recupero delle tradizioni ed etica sul lavoro per contrastare la “moda di consumo”

La Fast Fashion è un sistema di mercato basato su logiche consumistiche da superare per garantirci un futuro sostenibile. Lo sa bene Cristina Buonerba, fondatrice di Indigena Bazar, progetto che vuole «dare voce al grande talento di donne indigene guatemalteche attraverso una vetrina di artigianato etno-chic per far conoscere queste meraviglie dal sapore maya al resto del mondo». Un talento che si esprime attraverso l’antica arte del telaio e l’utilizzo di tinte naturali. In conclusione, una realtà imprenditoriale che rispetta non solo l’ambiente, ma anche la manodopera: 25 famiglie del Messico e del Guatemala a cui vengono distribuiti equamente lavoro e compenso.

Un altro esempio di azienda in netto contrasto con le tendenze della Fast Fashion è il marchio Jesa Tessiture fondato da Jessica Tartaglia. Il progetto nasce dalla volontà di non voler disperdere gli insegnamenti tramandati dalla sua famiglia sull’arte della tessitura. Tutto ha inizio dalla sua città, Bisaccia, un paese nel cuore dell’Irpinia, in cui la sua azienda fonde le tradizioni con una più moderna visione di sostenibilità, prediligendo tessuti eco-sostenibili e made in Italy. Inoltre adotta un sistema circolare, recuperando le fibre in eccesso per riutilizzarle nella creazioni di nuovi lavori e salvandole dalla discarica.

La migliore soluzione alla Fast Fashion è quella di giocare d’anticipo puntando su una moda sostenibile, cercando di capire quali comportamenti sono più dannosi per l’ambiente.  Queste donne, moderne aracnee, possono rappresentare uno stimolo concreto per un cambio di rotta nel settore tessile.

Vittorio Palmieri

Vittorio Palmieri

Napoletano. Emigrato nell'entroterra irpino-sannita, in controtendenza con l'emorragia dei paesi interni verso la vita metropolitana. Ignoto poeta "prestato alla burocrazia". Nell’entroterra segue percorsi sociali con enti del terzo settore. Ha collaborato ad un progetto di agricoltura sociale con le Associazioni Irpine “Ecopotea Aps” e “Al Centro dei Ragazzi Odv”. Nell’ultimo anno fonda Introterra Aps, nata con lo scopo di rivalutare e riscoprire l'entroterra campano, e con la quale rileva un progetto giornalistico editoriale decennale "bMagazine.it" e fonda l'etichetta "Introterra Edizioni" Aspirante giornalista pubblicista, scrivo per Buonenotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista

Vuoi diventare giornalista?

Sei un aspirante pubblicista, ma non hai ancora trovato editori disposti a pagare i tuoi articoli?

Scopri di più