Lucie Greyl è co-coordinatrice di Giudizio Universale, una campagna del 2019 che, nel 2021, è diventata un’azione legale presentata dall’associazione A Sud contro lo Stato italiano per inazione climatica. La prima contro lo Stato italiano! L’iniziativa si inserisce in uno scenario europeo e globale in cui i cittadini e le associazioni ricorrono sempre più spesso al potere giudiziario per chiedere la riduzione dell’impatto ambientale del proprio Paese.

L’alluvione che ha colpito l’Emilia Romagna ha mostrato che l’Italia non è ancora pronta ad affrontare gli eventi estremi legati alla crisi climatica. In tal senso, le soluzioni possono essere molte. Si può richiedere la tutela del diritto ad un ambiente sano attraverso varie forme di attivismo, oppure tramite azione legale, come fatto da A Sud.

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La prima azione legale contro lo Stato italiano

Lucie nell’intervista racconta che A Sud lavora all’azione già dal 2017: “Stavamo seguendo con attenzione la portata che avevano le azioni legali intorno all’impatto ambientale di alcuni Paesi, e come queste erano anche degli strumenti a supporto di diverse situazioni di lotta per la giustizia ambientale. Poi, con lo svilupparsi dei contenziosi climatici, abbiamo iniziato a ragionare come questo strumento potesse essere anche valido e applicato in Italia e quanto noi magari potevamo fare da impulso per questa tipologia di azione”.

I contenziosi climatici (climate litigations) sono una parte emergente del diritto ambientale. Passando da un’azione legale, per cittadini e associazioni è possibile promuovere gli sforzi di mitigazione del cambiamento climatico e di impatto ambientale da parte di istituzioni pubbliche, governi o aziende.

La campagna ha permesso alle associazioni di iniziare a parlare della portata delle climate litigations e della necessità di affrontare anche in Italia l’inadeguatezza delle misure climatiche esistenti. Nel giugno 2021, A Sud e gli altri querelanti hanno intentato avanti al Tribunale di Roma lo Stato italiano per inazione climatica nel raggiungere gli obiettivi di temperatura fissati dall’accordo di Parigi.

Impatto ambientale, come è possibile accertarlo

Per arrivare a un’azione legale occorrono professionalità e metodo. Per questo, Lucie afferma: Abbiamo lavorato allo sviluppo dell’atto di citazione con un team di tre avvocati”.

Il contesto italiano è particolare, rispetto ad altri Paesi. In Olanda o Francia, ad esempio, la tendenza delle climate litigations è quella di andare a guardare a delle politiche o a delle leggi climatiche che sono state fissate per legge dallo Stato stesso. Così è possibile valutare se un Paese stia rispettando gli impegni di riduzione del proprio impatto ambientale.

Nel caso dell’Italia, Lucie precisa che nei confronti dello Stato: Non abbiamo una legge o un target con valore legale che indichino la riduzione percentuale delle emissioni del Paese. Per questo motivo, noi ci siamo trovati in difficoltà. Quello che abbiamo potuto fare è stato chiamare in causa la comunità scientifica”.

In particolare, A Sud si è appoggiata al centro di ricerca Climate analytics. L’organizzazione si occupa di valutare l’attinenza delle misure e degli impegni presi da un Paese rispetto all’accordo di Parigi, che prevede di contenere l’aumento delle temperature al di sotto degli 1,5° globali.

L'impatto ambientale dell'Italia si contrasta con un'azione legale

Metodo scientifico chiama azione legale, nasce Giudizio Universale

Nel caso di Giudizio Universale, Climate Analytics ha valutato le politiche italiane in atto fino a febbraio 2021. Dai dati ottenuti dall’analisi delle politiche e dei piani italiani in materia di ambiente e clima è emerso un report abbastanza tragico. Le politiche italiane porterebbero a una diminuzione dell’impatto ambientale delle emissioni di gas a effetto serra del 26%. Per quanto riguarda il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030 (PNIEC) Climate Analytics ha stimato una riduzione di circa il 37%”.

Il report ha rilevanza per due motivi. Ha fornito all’associazione dei riferimenti scientifici sull’andamento delle politiche in corso o previste in Italia. È stato così possibile definire l’azione del Paese insufficiente. Il calcolo ha infatti mostrato che il Paese è indietro rispetto a target di riduzione delle emissioni europee (55%) o di quelle del programma per la protezione ambientale delle Nazioni Unite (65%).

Inoltre, l’analisi ha permesso di fare una valutazione avvalendosi del principio delle comuni ma differenziate responsabilità. Questo prevede che ci siano dei Paesi che devono fare di più per ridurre il proprio impatto ambientale, per la loro responsabilità storica in merito.

Incrociando tutte queste indicazioni, il centro di ricerca ha stimato che l’Italia dovrebbe ridurle del 92% entro il 2030. Anche se il dato potrebbe spaventare, Lucie afferma che “A Sud doveva avvalersi del metodo scientifico, per sottolineare l’importanza di avviare un’azione politica tempestiva”.

L’azione legale porta a ridurre il proprio impatto ambientale

“L’atto di citazione rivolge due domande alla giudice. La prima è quella di dichiarare che lo Stato italiano è inadempiente rispetto alle azioni di contrasto alla crisi climatica e che questo comporta la violazione del diritto ad un ambiente sano. La seconda domanda è quella di chiedere allo Stato italiano di ridurre le proprie emissioni per contenere il proprio impatto ambientale,  facendo riferimento al target del 92%.”

La giudice ha la facoltà di stabilire il target di riduzione appropriato, in base ai dati del report. Il processo ad oggi è ancora al primo grado. A settembre è prevista la terza udienza, che sarà l’ultima del primo grado.

Gli scenari che si prospettano a quel punto, secondo Lucie, sono molti. “La giudice potrebbe riconoscere la responsabilità dello Stato, che è tendenzialmente un aspetto che passa più facilmente in azioni legali su questa linea. Rispetto alla seconda domanda, è difficile sapere se la giudice risponderà e se lo farà a che target deciderà di fare riferimento”.

In ogni caso, anche se gli scenari possibili restano difficili da prevedere, la causa legale resta un possibile incentivo alla riduzione dell’impatto ambientale del Paese.

“Un’azione legale di questo tipo ha valore mediatico e comunicativo, perché ci permette di parlare di responsabilità dietro al cambiamento climatico. Questo vale anche in base al panorama giornalistico di un Paese. Nel caso dell’Italia, la questione delle responsabilità emerge ancora poco. Creare attenzione mediatica intorno al processo permetterebbe di cominciare a creare un dibattito profondo sulla crisi climatica.”

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Giovanni Beber

Giovanni Beber. Studio Filosofia e Linguaggi della Modernità presso l'Università di Trento e sono il responsabile della comunicazione di un centro giovanile a Rovereto. Collaboro con alcuni blog e riviste. Mi occupo di sostenibilità, ambientale e sociale e di economia e sviluppo.

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