Ogni anno, in Europa, aumenta la quantità di rifiuti provenienti da imballaggi. L’UE ha stimato che la produzione pro capite è cresciuta del 20% tra il 2009 e il 2020, arrivando a 180 kg. Senza nessuna misura di prevenzione, nel 2030 la quota potrebbe salire a 209 kg.

Per far fronte a questo problema l’Unione europea ha proposta un regolamento (che ha quindi valore vincolante per gli Stati membri una volta approvato) detto Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR), il quale deve essere ancora votato dall’Assemblea plenaria del Parlamento di Bruxelles per poi iniziare i negoziati con il Consiglio UE. La strada è ancora lunga ma la legge – nonostante potrebbe portare grandi benefici all’ambiente – è molto discussa, soprattutto in Italia.

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Cosa prevede il regolamento?

Con l’obiettivo di ridurre i rifiuti da imballaggio del 37% rispetto ai dati del 2018 entro il 2040, il regolamento vuole prevenire la loro produzione attraverso la limitazione dell’utilizzo di quelli non necessari. In altre parole, l’Europa vuole vietare l’uso di alcuni imballaggi e favorire in modo preponderante il riuso.

Nel concreto si vuole vietare l’uso di sacchetti di plastica leggeri e soprattutto le confezioni di plastica monouso per la conservazione dei prodotti ortofrutticoli freschi: buste dell’insalata, reti delle arance, cestini per i pomodori dovranno sparire dai nostri supermercati. Anche le confezioni di piccole dimensioni per contenuti inferiori a un chilo e mezzo non saranno più permesse. Addio anche alle confezioni monouso per liquidi inferiori a 50ml (shampoo, sapone liquido e così via) o 100 grammi (saponette). Il concetto di monoporzioni, inoltre, come per esempio le bustine di ketchup, di zucchero o per la panna da caffè, sparirà.

Per quanto riguarda il riuso, le bevande sfuse nei bar dovranno essere consumate sul posto o vendute in un contenitore riutilizzabile. In questo modo si vuole sdoganare sempre di più l’idea che il cliente si possa portare la propria tazza o bottiglia da casa.  Il regolamento prevede inoltre che dal 1 gennaio 20230, il 20% della quantità di bevande in bottiglia o lattina vendute dovrà utilizzare imballaggi da riutilizzare mentre ogni 5 bottiglie vendute al supermercato, una dovrà far provenire da un circuito di riutilizzo.

La posizione italiana

La critica maggiore che arriva dal settore imprenditoriale, di cui una parte della politica sta facendo da megafono, è rivolta soprattutto alla maggior focus posto sul riuso rispetto al riciclo, in cui l’Italia va molto forte. Nel nostro paese, infatti, il tasso di reciclo è del 73,3% – un dato che ci colloca al secondo posto in Europa per riciclo di imballaggi pro-capite.

In una nota congiunta ed indirizzata al governo i vari stakeholder del settore denunciano che il cambio del modello rischia di “mettere a rischio decine di migliaia di imprese e centinaia di migliaia di posti di lavoro.”

L’industria degli imballaggi in Italia (e non solo) sta infatti esercitando forti pressioni per cambiare il regolamento in fase di discussione attraverso due argomentazioni principali: da un lato si denuncia che favorire il riuso significa anche utilizzare grandi quantità di energia e acqua per pulire e disinfettare cosicché il beneficio in termini ambientali verrebbe meno. In seconda istanza, secondo la “lobby degli imballaggi” la predominanza del riuso renderebbe inutili tutti gli investimenti fatti finora per la realizzazione di un modello basato sul riciclo.

Qual è l’impatto positivo della legge?

Diverse sono anche le argomentazioni portate avanti da chi invece crede fortemente in questo regolamento, una su tutte è legata proprio ai benefici ambientali. Secondo le stime, infatti, se il regolamento venisse approvato così com’è (scenario abbastanza improbabile al momento) le emissioni inquinanti di gas serra derivanti dagli imballaggi si riducerebbe a di più di 20 milioni, passando da 66 a 43 milioni. Per quanto riguarda invece l’utilizzo dell’acqua, invece, la riduzione sarebbe di ben 1,1 milione di metri cubi l’anno.

Le posizioni in campo, come è normale che sia, sono diverse e per certi versi contrapposte. Sarà quindi il processo democratico di discussione del regolamento che porterà, si spera, ad un esito che sappia tenere insieme per quanto possibile gli interessi della maggior parte degli attori coinvolti.  Quello che è certo è che obiettivi coraggiosi come quelli collegati alla riduzione delle emissioni di CO2 richiedono sforzi collettivi e un ripensamento del paradigma produttivo che non può avvenire senza sacrifici e piccoli o grandi rivoluzioni. Il mantenimento dello status quo, quando parliamo di ambiente, non può essere una soluzione.

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Camilla Valerio

Mi piace scrivere di diritti, sport, attualità e questioni di genere. Collaboro con il Corriere del Mezzogiorno e scrivo per BuoneNotizie.it grazie al progetto formativo realizzato dall'Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.

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