Il lavoro nell'agricoltura con Arianna OcchipintiTornare “a casa”, in Sicilia, per rilanciare la propria terra: l’agricoltura, il “mestiere del vino” e il lavoro fra i giovani. Arianna Occhipinti si racconta a Buonenotizie.it.

 
Arianna Occhipinti ha lo sguardo ardente della sua terra, la Sicilia. Con la sua storia, ci mostra le tante possibilità del lavoro nell’agricoltura che, come spesso accade per i mestieri più “pratici”, viene purtroppo guardato con diffidenza e circospezione dai più giovani.
 
Ha studiato enologia a Milano, è tornata in Sicilia e ha messo su un’azienda di viticoltura:  Arianna Occhipinti ci racconta il suo percorso, le sfide vinte, la strategia ottimista per incassare i colpi del Covid e, soprattutto, il suo amore per il vino: la bevanda degli dei che ha rapito il suo cuore e segnato la sua vita. E’ per lei che ha ceduto al canto delle Sirene ed è tornata in Sicilia per “mettere le mani in pasta”, realizzare nella pratica quanto imparato dai libri universitari. Arianna è giovane, è donna e amante del vino: esempio ideale della potenzialità e della forza dell’agricoltura declinata al presente.

L’amore per il vino e il lavoro nell’agricoltura. Arianna Occhipinti: da Milano alla Sicilia

Lei è prima enologa, poi viticoltrice. Dopo un percorso teorico, ha deciso di sporcarsi le mani in prima persona. Come mai questo cambio di prospettiva in relazione al vino?

L’enologia e la viticoltura non sono mai stati dal mio punto di vista dei mestieri statici. E’ stato molto importante formarsi sui libri, ma mettere in pratica parte della mia prima formazione universitaria e poi ancor di più quello che ho appreso successivamente, studiando , confrontandomi con colleghi e produttori, ha reso questa attività ancora più preziosa. Quello dell’agricoltura è un ambito dove l’esperienza in campo è fondamentale, per gestire un’azienda, per formare i propri ragazzi e per mettere su una squadra che funzioni.

I valori del vino da lei prodotto abbracciano quelli storici della sua Sicilia. Parlo di pazienza nell’attesa, apertura ed empatia verso l’altro. Ma all’inizio quali motivazioni l’hanno spinta, dopo gli studi a Milano, a scegliere proprio la Sicilia come luogo per far nascere la sua azienda?

Ci si allontana dalla Sicilia, c’è un momento in cui senti di voler partire perché qualcosa rimane stretto. Nel mio caso, pian piano ho iniziato a sentire la mancanza dei Monti Iblei, dei mie luoghi, ho sentito un potenziale in Vittoria – il mio paese – che era in parte ancora tutto da sviluppare. Il viticoltore sceglie prima di tutto un luogo, una porzione di terra dove radicare e io non potevo che scegliere Vittoria.

Cosa significa per lei il lavoro nell’agricoltura: produrre vino, seguirne i tempi e le varie fasi?

Produrre vino significa esprimere il mio territorio. La sabbia e il calcare di queste terre vanno interpretate, con la loro freschezza ed eleganza. Poi significa credere fortemente in qualcosa, rispettarne i tempi che spesso nel vino sono lunghi. Il vino mi ha insegnato ad aspettare, mentre a me spesso veniva spontaneo correre. Produrre vino significa ancora unire esperienze di vita e amicizie. Il vino spesso intreccia storie e le racconta.

Le difficoltà, essere donna e il Covid

Gestire una grande azienda come la sua non è semplice. Quali difficoltà ha riscontrato? Che sacrifici ha dovuto fronteggiare per inseguire il suo sogno?

Ho capito che il lavoro si conquista piano piano. Come anche la fiducia da parte degli altri. Una squadra si costruisce con il tempo. Ho dovuto studiare, imparare molte cose, del mio ambito e non solo. Cercare di capire gli altri per poterli unire. Ho iniziato a 21 anni, molti temi erano estranei, ma avevo la gioia di fare. La stessa che ho dentro ancora oggi ma sicuramente carica di molte più responsabilità e pensieri. 

Il 2020-2021 ha messo molte attività in ginocchio. La pandemia ha avuto delle conseguenze anche per il lavoro nell’agricoltura? In questa nuova realtà ha dovuto affrontare nuove problematiche?

E’ stato un anno difficile per tutti: lavorando su diversi mercati internazionali, siamo riusciti a bilanciare le nostre vendite, accettando con ottimismo questa sfida.

Le limitazioni dettate dall’emergenza Covid hanno arrestato o modificato eventuali progetti a lungo termine della sua azienda? E’ cambiato il futuro che lei vede per la sua attività?

I progetti per il futuro della nostra azienda agricola sono rimasti immutati e per fortuna ne sono arrivati di nuovi. Credo che il rallentamento dei ritmi, ci abbia portato a riflettere su ciò che conta oggi nelle nostre vite e nel nostro lavoro. Ho la fortuna di essere agricoltore, attività necessaria per la vita di tutti i noi. Ho continuato a investire nel mio lavoro, migliorando il progetto di biodiversità, affiancando alle vigne oltre agli ulivi, al grano e agli alberi da frutto, anche un orto sinergico. Inoltre abbiamo impiegato parte del tempo per formarci e formare.

Con la vostra azienda state puntando anche alle vendite internazionali in risposta alla crisi. Quali sono i Paesi più ricettivi?

Esportiamo in diversi paesi UE ed EXTRA UE, come Norvegia, USA, Australia, Giappone, Russia etc.

Il mondo del vino in Sicilia, specialmente per gli aspetti più pratici, è prevalentemente maschile. Cosa significa essere donna in questo settore e come è stata accolta lei?

Non mi piace fare distinzione di generi o rimarcare la difficoltà che alcune donne possono aver avuto nel nostro ambito lavorativo, ma l’agricoltura, se vuoi occuparti di produzione, ti metto a confronto anche con questi temi, per cui mi sono dovuta conquistare pian piano molte cose. Che però con il tempo sono arrivate per fortuna.

Il lavoro nell’agricoltura: potenziale polo attrattivo per i giovani

“Noi non ereditiamo la terra dai nostri avi, ce la facciamo prestare dai nostri figli“. Una citazione che per lei, Arianna Occhipinti, è diventa un mantra del passato e del futuro. Come vive quindi il rapporto con la sua terra e con i problemi del territorio?

Il rapporto deve essere viscerale, di ascolto, di comprensione e di aiuto reciproco. Il “rispetto” è la parola che mi ritorna spesso in mente. Non possiamo prendere e non restituire e con la Natura non può essere diversamente.
La mia è una terra che per molti aspetti è stata sacrificata, pensate al comparto serricolo, ai rifiuti abbandonati, al fenomeno delle fumarole. Ci vorrebbero centinaia di custodi della terra, come un tempo erano gli agricoltori, per sistemare le cose. Io sento che non si può ridurre tutto al solo “fare e vendere vino”. La nostra è una missione ben più ampia e complessa e se riusciamo intanto a fare un grande progetto di biodiversità in una porzione di terra che ci è stata affidata, forse possiamo anche unirci per trattare temi ancor più ampi e complessi.

Nel mondo dell’agricoltura, quanto è consistente la presenza dei giovani, tra le persone che lavorano con lei?

In azienda l’età media è molto bassa: siamo tutti ragazzi tra i 24 e i 50 anni massimo.

Cosa consiglierebbe a un giovane che oggi voglia lavorare nell’agricoltura/viticoltura?

Un giovane che oggi vuole intraprendere questo lavoro, non deve dare per scontato nulla proprio come la natura ci insegna: ogni progetto è una scommessa e ogni raccolto è una vittoria.

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