La pandemia potrebbe abbassare i costi (e far rivalutare) una tecnologia basata sugli ologrammi: la telepresenza olografica
Potrebbe sembrare fantascienza a molti, ma è realtà. La scienza negli ultimi anni ha studiato metodi per rendere gli ologrammi sempre più reali e soprattutto per dar loro "movimento". Non più semplici apparizioni 3D statiche, ma oggetti e persone in movimento che possono apparire a centinaia di chilometri di distanza da dove si trovano fisicamente.
Cos’è un ologramma e come si ottiene?
Un ologramma non è altro che un'immagine tridimensionale di un oggetto su lastra fotografica. Mediante la tecnica olografica, un’onda luminosa - a seguito di divisione - dà origine a due fronti d’onda: il fascio di riferimento e il fascio oggetto. Il fascio di luce diviso segue quindi due strade diverse e imprime sulla lastra olografica un’immagine tridimensionale dell’oggetto inquadrato. Questa lastra, illuminata da una luce laser, renderà possibile l’apparizione dell’oggetto in 3D come se fosse effettivamente presente.
Storia ed evoluzione
L’olografia (dal greco holos, tutto, e grafè, scrittura) non è un’invenzione dei giorni nostri: la prima rudimentale applicazione è stata sperimentata dagli scienziati J. H. Pepper e H. Dircks nel 1862, con un esperimento chiamato "Pepper’s Ghost". La teorizzazione scientifica di questa tecnica è ovviamente successiva e si deve allo scienziato ungherese Gabor, che nel 1948 pubblicò la sua teoria sui "Proceedings of the Royal Society". Per questa intuizione, seppur limitata dalla tecnologia del tempo, Gabor vinse nel 1971 il premio Nobel per la fisica. L’olografia, e lo studio gli ologrammi, si fermarono poi per circa vent’anni, fino all’introduzione del laser. Dagli anni ‘70 il metodo olografico venne applicato soprattutto nell’industria cinematografica, nei laboratori e nelle gallerie d’arte.

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