Giovedì 15 giugno si sono conclusi i negoziati intermedi sul clima, che ogni anno si svolgono a Bonn, in Germania. In particolare, i colloqui servono a predisporre i lavori in vista della COP 28, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che quest’anno si terrà a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre.

Nonostante non abbiano ricevuto molta risonanza sui media italiani, i negoziati di quest’anno hanno superato il record di presenze, con oltre 4800 partecipanti tra negoziatori, giornalisti e membri della società civile: il doppio rispetto all’anno precedente.

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Di cosa si è parlato ai negoziati intermedi di Bonn

Questa sessione di negoziati si sarebbe dovuta concentrare sulla definizione di un global stocktake, ossia di un inventario delle azioni introdotte dagli Stati firmatari in seguito alla firma degli Accordi di Parigi del 2015, trattato che ne prevedeva la creazione. Tra le altre cose, poi, i lavori avrebbero dovuto predisporre la definizione di un nuovo obiettivo globale finanziario sulle politiche di adattamento.

Fin dall’inizio dei colloqui, però, ci sono stati alcuni problemi procedurali, legati all’approvazione dell’agenda dei lavori, che ne hanno influenzato il normale svolgimento. Le delegazioni hanno adottato formalmente l’agenda solo il penultimo giorno della sessione e per questo motivo i negoziati, nel corso delle due settimane, sono andati avanti seguendo quella provvisoria.

In ogni caso, i negoziatori hanno raggiunto alcuni punti di intesa rilevanti che serviranno come punto di partenza per i negoziati di Dubai. In particolare, è stato definito il testo base per il global stocktake, per il quale si è deciso di redigere, entro l’inizio di settembre, un primo rapporto di sintesi di quanto detto e deciso fino ad oggi, così da facilitare il lavoro dei delegati impegnati alla COP 28. Il rapporto avrà al suo interno informazioni tecniche e buone pratiche per aiutare i negoziatori a individuare le azioni da intraprendere per raggiungere gli obiettivi delineati dall’Accordo di Parigi.

Per quanto riguarda l’obiettivo globale sull’adattamento, le parti hanno definito alcuni elementi critici, che saranno ulteriormente elaborati a Dubai. Come riporta Italian Climate Network (ICN), al termine dei negoziati si è giunti a una struttura-base del testo da approvare alla COP 28, che indica di fatto come si lavorerà nei prossimi anni per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

La società civile alla COP 28

Durante la Conferenza di Bonn sono emerse alcune preoccupazioni in merito alla libertà di espressione e di manifestazione della società civile. Poiché la prossima COP si terra negli Emirati Arabi Uniti, un Paese rinomatamente poco attento ai diritti umani, la società civile teme di essere privata delle sue funzioni di advocacy e di garante dei diritti civili, politici e sociali.

Negli ultimi mesi, inoltre, ha destato grande malcontento il conflitto d’interessi che riguarda Sultan Al-Jaber, prossimo Presidente della COP, nonché Ministro dell’Industria emiratino e amministratore delegato di ADNOC, azienda statale petrolifera degli Emirati Arabi Uniti. La sua presenza a Bonn, seppur breve, ha contribuito a rinvigorire le critiche che riguardano la crescente presenza di lobbisti del fossile nelle delegazioni nazionali della COP. Alla COP 27 i rappresentanti dell’industria del fossile erano 636: se conteggiati insieme, risultava la seconda delegazione più numerosa dopo quella degli Emirati Arabi Uniti.

A questo proposito, in vista della COP 28, la società civile ha presentato alcune proposte per garantire la partecipazione e l’attivismo.

Come riporta ICN, la società civile chiede che la Presidenza della COP e l’UNFCCC, la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, dichiarino che la prossima edizione della COP rispetterà la partecipazione pubblica senza discriminazioni o interferenze durante tutte le fasi dei processi negoziali e garantirà un ambiente sicuro e favorevole per i difensori dei diritti umani e per le organizzazioni della società civile.

In vista della COP 28, la società civile preme affinché gli Emirati Arabi Uniti si adoperino per ottenere progressi significativi in termini di diritti umani. Questo prevede la liberazione degli attivisti detenuti senza giusta causa e l’abolizione delle leggi oppressive che limitano i diritti civili e politici dei gruppi marginalizzati.

Infine, la società civile chiede che venga regolamentata e segnalata la presenza, durante i lavori della COP, dei rappresentanti dell’industria del fossile, che come abbiamo visto, rientrano a far parte delle delegazioni nazionali, dove possono esercitare indisturbati attività di pressione politica.

Come riporta ICN, per affrontare la crisi climatica, è fondamentale poter contare su istituzioni multilaterali democratiche, rappresentative e partecipative: sarebbe ipocrita discutere dell’inclusione dei diritti umani nelle trattative se, una volta fuori dalle porte negoziali, i decisori politici ignorassero questi diritti.

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Marzio Fait

Marzio Fait. Mi occupo di comunicazione per il non-profit. Ho partecipato come observer alla COP 27 e alla COP28. Mi occupo di attualità, di diritti umani e di giustizia climatica. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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