Molti Beni culturali in Italia sono indifferenti alla digitalizzazione, che però è recentemente sbarcata in alcuni musei. Vediamo quali.

La ripartenza dei luoghi di cultura avvenuta lo scorso lunedì ha coinvolto, dopo due mesi di fermo, tutte le regioni d’Italia in zona gialla. Per quelle in zona arancione e rossa bisognerà ancora attendere il da farsi. Intanto, questi lunghi mesi di lockdown sono riusciti a innescare un dibattito sulla digitalizzazione dei beni culturali e soprattutto sulla messa in digitale dei cataloghi. L’appello del Ministero della Cultura (MIC) verso i musei è quello di aggiornarsi al più presto.

Mentre nel resto del mondo la digitalizzazione avanza coi benefici di valorizzare le collezioni, coinvolgere i giovani e sviluppare nuovi posti di lavoro, in Italia tutto ciò arranca. Secondo un sondaggio svolto dall’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali del Politecnico di Milano, in Italia il 76% dei musei possiede un profilo social, ma solo il 24% ha un piano strategico di digitalizzazione. Il motivo è da rintracciare nella mancanza di un corpo dedicato a questo importante aspetto della fruizione culturale, oltre all’insufficienza di personale specializzato. Tuttavia esistono delle eccezioni: luoghi che, grazie al digitale, stanno avendo un grande successo.

Cataloghi digitalizzati e siti web efficienti

Nella casa museo Poldi Pezzoli di Milano, fondata nell’800 dal conte Pezzoli, il digitale ha messo piede già nel 2009 con un primo account Facebook e un sito web ben aggiornato e ottimizzato SEO. Il catalogo ha 6mila beni culturali digitalizzati e durante il lockdown tradotti in inglese. Ottimo l’uso delle più istantanee “Poldi Pezzoli Stories” nonché approfondimenti in brevi video sulla pinacoteca a cura del direttore dello staff scientifico e dei professionisti collaboratori. Ma il fiore all’occhiello della struttura, ciò che ha portato molta affluenza di giovani, sono i Servizi educativi del Museo, ossia una didattica dedicata a bambini, allievi e insegnanti. In questo contesto museale si fa utilizzo anche della tecnologia chatbot, che produce una interazione accattivante.

Altro esempio di digitalizzazione andata a buon fine è quello delle Gallerie degli Uffizi. Il museo fiorentino è approdato sui social ormai da anni e la programmazione esposta nel sito web propone percorsi culturali sempre più inclusivi: non è difficile infatti trovare appuntamenti virtuali dedicati alle scuole in DAD, traduzioni delle opere in lingua dei segni o mostre sul potere della donna nella storia come la recente Imperatrici, matrone, liberte. Oltre a ciò le sale degli Uffizi coinvolgono il pubblico virtuale con dirette live a tema, riunite nel format “Uffizi on air”.

Archeologia partecipata tramite app

Altri due luoghi di cultura convertiti al digitale, e all’archeologia partecipata, sono Paestum e Pompei. Entrambi dotati di un’app gratutita per un coinvolgimento immediato e per facilitare il percorso dei turisti. Paestum gode inoltre di un catalogo digitale di prim’ordine dal nome Sistema Hera Paestum, sviluppato in collaborazione con Visivalab (società per lo sviluppo tecnologico) e predisposto alla consultazione non solo dei singoli documenti ma anche dei dossier di progettazione.

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