I lavoratori portuali si rifiutano di caricare armi per il conflitto Israele-Hamas: dopo Livorno e Napoli, la protesta sbarca a Ravenna.

Le sigle sindacali e i lavoratori portuali di Ravenna si uniscono a quelli di Napoli e Livorno nella protesta contro il commercio di armi in favore del conflitto israelo-palestinese. I lavoratori stanno unendo la loro voce per dire basta al conflitto che insanguina i territori del Medioriente. La protesta pacifica ha visto i lavoratori opporsi al commercio di armi con l’unico mezzo a disposizione: incrociare le braccia.

Il presidio revocato di Ravenna

Nel caso di di Ravenna, i lavoratori portuali avevano annunciato già a metà dello scorso maggio un presidio in occasione del 3 giugno, quando una nave avrebbe imbarcato armi dirette ad Ashdod. Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti provinciali avevano annunciato che i lavoratori portuali non avrebbero imbarcato armi “per alimentare una guerra che ha già mietuto centinaia di vittime tra cui bambini, donne e anziani e migliaia di feriti, soprattutto civili”.

Sempre il 3 giugno, in occasione dell’arrivo della nave Asiatic Liberty carica di armi, i lavoratori della Cooperativa Portuale e del Terminal Trc avevano organizzato un presidio di protesta nel parcheggio davanti al Terminal. Il picchetto era stato in seguito revocato dopo la notizia che l’armatore della nave aveva rinunciato al carico.

Questo il commento delle sigle sindacali:

“I lavoratori del porto di Ravenna credono che fosse necessario e ineludibile mandare un messaggio. Perché l’unico modo per opporsi pacificamente alla guerra è prendere attivamente una posizione contro di essa, ogni volta che se ne abbia l’occasione”.

La solidarietà dei lavoratori portuali 

L’annuncio, poi revocato, dello sciopero dei lavoratori portuali di Ravenna era arrivato in concomitanza con azioni simili intraprese a Livorno e a Napoli. In entrambe le città sarebbe transitata la nave cargo Asiatic Island, diretta verso Israele con un carico di munizioni.

I rappresentanti sindacali dei lavoratori del porto spiegano che è difficile determinare con certezza che tipo di armamenti trasportino le navi. Gli stessi armatori, sostengono i lavoratori, non ci tengono a “pubblicizzare” troppo la natura del loro commercio. Attraverso i documenti di carico arrivati ai porti, però, è possibile intuire con un limitato margine di errore che si tratti di armi.

Tanto è bastato ai lavoratori portuali di tutta Italia per incrociare le braccia e dissociarsi a loro modo dal conflitto tra Israele e Hamas, che nelle ultime settimane si è intensificato, con numerose vittime tra i civili.

Porti chiusi alla guerra: il precedente dello Yemen

Non è la prima volta che i lavoratori portuali incrociano le braccia contro i conflitti armati di cui si sentono in qualche modo complici. A maggio 2019 la nave cargo saudita Bahri Yambu aveva attraccato nel porto di Genova per imbarcare un generatore da usare nel teatro di guerra dello Yemen.

Anche in quell’occasione, l’arrivo della nave era stato accolto da un presidio di protesta organizzato su iniziativa della Filt Cgil, che aveva indetto lo sciopero dei lavoratori portuali. Le operazioni di carico erano state fermate e la nave era ripartita, vuota, alla volta del porto di Alessandria D’Egitto. Anche lo scalo previsto a La Spezia era stato annullato: l’obiettivo era imbarcare cannoni di fabbricazione francese.

Secondo le fonti dei lavoratori e del sito francese Disclose, le armi sarebbero state usate nel conflitto in Yemen e in particolare contro la popolazione civile. Filt Cgil aveva diramato la seguente nota:

“Ci saremmo aspettati che il governo e le istituzioni avessero rispettato gli accordi internazionali. Noi continuiamo a pensare che i porti italiani debbano essere aperti per le persone e chiusi alle armi”.

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