Le scuole parentali e l’homeschooling non sono la stessa cosa: facciamo chiarezza su due fenomeni in crescita nel nostro Paese. Le scuole parentali e l’homeschooling sono soluzioni sempre più ricercate dai genitori italiani, in tempi di didattica a distanza, precariato, scuole pollaio e soprattutto incertezza da pandemia. Lo Stato italiano garantisce e tutela le soluzioni “alternative” alla scuola pubblica. Di cosa si tratta e perché non costituiscono un pericolo per l’insegnamento tradizionale?

Scuole parentali e homeschooling: le differenze

La Repubblica italiana garantisce il diritto all’istruzione dei bambini e dei ragazzi fino al completamento dell’obbligo scolastico. I genitori o tutori sono tenuti a rispettarlo e lo Stato a garantirlo: ma non esiste alcun obbligo di frequenza in una scuola pubblica. Le soluzioni “alternative” all’insegnamento pubblico sono sempre esistite e sono tutelate (tramite il decreto 76 del 2005) dallo Stato italiano, che esercita il controllo sulle realtà private che praticano la didattica parentale.

Le scuole parentali sono organizzazioni (spesso associazioni) costituite da genitori o insegnanti qualificati, tenute a seguire il programma ministeriale e a presentare un resoconto ai genitori e alle scuole di provenienza degli alunni. Il bambino che segue un percorso di scuola parentale non esce dalla scuola pubblica, anzi. Il genitore è tenuto a iscriverlo, ritirarlo dalla frequenza e dichiarare che si è scelto un percorso di educazione parentale. A fine anno, il bambino sosterrà un esame di idoneità di fronte alla commissione della sua scuola di provenienza, per l’accertamento delle competenze. La scuola che riceve domanda di educazione parentale è tenuta a vigilare sull’adempimento dell’obbligo scolastico dell’alunno. A vigilare non è competente solo il dirigente scolastico, ma anche il sindaco.

Il fenomeno dell’homeschooling, anch’esso aumentato negli ultimi due anni grazie alla pandemia, prevede invece che sia lo stesso genitore a provvedere all’educazione del figlio, all’interno delle mura domestiche. Anche in questo caso è necessario dichiarare la propria scelta al dirigente scolastico e sostenere un esame a fine anno. Trattandosi di situazioni che avvengono all’interno delle mura domestiche, risulta molto più difficile per le istituzioni vigilare sull’adempimento dell’obbligo scolastico. Il bambino, inoltre, può soffrire del mancato contatto con i coetanei e per la “costrizione” all’interno della propria casa, che difficilmente potrà associare a un ambiente scolastico.

Un fenomeno in crescita. E non c’entra la pandemia

Già nel 2016 le famiglie che avevano scelto l’educazione parentale per i propri figli erano un migliaio: il trend è cresciuto nettamente durante la pandemia. Le motivazioni che spingono le famiglie a “fare da sé”, però, sono di molto antecedenti allo scoppio della pandemia. Il precariato degli insegnanti, le classi pollaio, un metodo di insegnamento fermo a decenni fa, un ambiente eccessivamente competitivo, noioso o livellante.

Erika De Martino, homeschooler professionista e autrice del primo libro italiano sul fenomeno, racconta così il suo impatto con la scuola pubblica: “Mio figlio era più nervoso, teso e anche più competitivo. Il problema è che alla materna le classi sono troppo popolate e i bambini non riescono a essere seguiti come dovrebbero. Non è colpa delle maestre, che sono professioniste meravigliose, ma spesso sono vittime di questo sistema e non riescono a fare tutto”.

L’educazione parentale, se condotta dai genitori con il supporto di insegnanti qualificati e in strutture adeguate, può ovviare a un altro grave problema: la “ghettizzazione” a cui sono sottoposti molti bambini con disturbi dell’apprendimento o del comportamento. Con classi composte da pochi alunni, per l’insegnante è più semplice supportare i bambini più svantaggiati e non farli sentire indietro.

Perché scegliere l’educazione parentale?

La crescita, negli ultimi anni, di modelli di educazione “alternativi” come le scuole parentali o le scuole nel bosco (in alcuni casi sostenute da scuole statali) deve spingere a una riflessione. Perché un genitore dovrebbe ritirare il proprio figlio dalla scuola pubblica, gratuita, per pagare un insegnante privato o provvedere personalmente alla sua educazione, con tutto ciò che ne consegue in termini di riorganizzazione del budget e del tempo familiare?

Le ragioni non sono da ricercare unicamente nei soliti problemi che affliggono ormai da decenni la scuola italiana, ma sono molto più strutturali. La scuola, per come la conosciamo, è ancora in grado di rispondere alle esigenze dei bambini di oggi? Un modello educativo che non ha conosciuto alcun cambiamento sostanziale dall’epoca in cui andavano a scuola i nostri nonni, è in grado di crescere ed educare i bambini del 2022?

A. D. ha scelto l’educazione parentale per i propri figli e ci tiene a sottolineare che non tornerà indietro.

“Si viene cresciuti nel ‘mito’ della scuola pubblica come unica depositaria del sapere e della libertà di pensiero. Poi però gli insegnanti che divergono, per metodi e opinioni, dalle linee guida vengono invitati a conformarsi. A molti insegnanti interessa solo portare a casa lo stipendio, quando non essere regolarizzati, perciò chiudono un occhio su bullismo, disuguaglianze e discriminazioni, quando non le esercitano loro stessi. Un insegnante di scuola parentale crea un rapporto più diretto con alunni e genitori, la classe diventa una famiglia allargata. In una situazione del genere il benessere del bambino viene prima di tutto, anche delle tanto decantate nozioni”. 

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