Uno studente su 5 non sa eseguire semplici operazioni con gli strumenti informatici. Cosa significa e quali sono le possibili soluzioni?

Nelle scuola si parla molto di educazione digitale o digital education, ma secondo il rapporto di Save the Children emergono lacune nella conoscenza e sull’utilizzo degli strumenti tecnologici da parte di bambini e ragazzi, nonostante il ricorso al digitale durante la pandemia.

Solo 1 ragazzo su 10 sa condividere lo schermo durante una videochiamata. Solo 1 su 3 sa inserire un link in un testo, scaricare un file da una piattaforma della scuola o utilizzare un browser per l’attività didattica. Non c’è da meravigliarsi se consideriamo che l’82% dichiara di non aver mai utilizzato prima della pandemia il tablet a scuola, percentuale che si assesta al 32,5% per la lavagna interattiva multimediale (LIM). Meno della metà vive in abitazioni dove ciascun membro della famiglia ha a disposizione meno di un dispositivo.

La definizione di uno scenario di questo tipo interroga gli esperti del settore sulla ricerca di nuove proposte che possano intervenire in maniera costruttiva e strategica: l’educazione digitale ai media, ovvero la Media Education, mira allo sviluppo delle competenze mediali per un utilizzo critico, consapevole, responsabile attraverso un ripensamento del rapporto tra didattica e digitale.

Le conseguenze della pandemia sulla povertà educativa digitale

È quanto emerge dal report curato da Save The Children Italia dal titolo “Riscriviamo il Futuro: una rilevazione sulla povertà educativa digitale”, a cui hanno preso parte anche il CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media All’innovazione e alla Tecnologica) e il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, per fare il punto della situazione sul rapporto tra ragazzi e digitale alla luce del periodo di didattica a distanza (DAD), chiamata poi didattica digitale integrata (DDI).

Povertà educativa digitale e covid19

Povertà educativa digitale e Covid19

Stando alla ricerca, con un campione di 772 bambini di 13 anni su 11 città italiane, il periodo di pandemia non ha solo incrementato il tasso di povertà materiale ed educativa, ma ha messo in evidenza gravi ritardi nello sviluppo delle competenze digitali tra docenti e studenti.

“La povertà educativa – evidenziano i ricercatori – non riguarda soltanto la privazione dell’opportunità di acquisire le competenze a scuola, ma anche di apprendere per comprendere sé stessi e gli altri. Queste ultime sono abilità altrettanto importanti per crescere e vivere nel mondo vasto e globale e riguardano da un lato il benessere fisico, dall’altro quello socio-emozionale”.

Come dimostrano i diversi studi a livello mondiale, le misure resesi necessarie durante la crisi pandemica, tra cui il prolungamento della chiusura della scuola e degli spazi di aggregazione sociale e il conseguente stazionamento negli ambienti virtuali, hanno creato stanchezza, incertezza, preoccupazione, irritabilità, ansia, disorientamento, nervosismo, apatia e scoramento.

Il metodo utilizzato, volto a misurare la povertà educativa digitale multidimensionale, l’AbCD – Autovalutazione di base delle Competenze Digitali – ha permesso la lettura in prima persona del fenomeno attraverso lo sguardo di bambini e adolescenti su quelle aree della formazione che già il Curriculum di Educazione Civica Digitale del MIUR del 2018 e il Piano Nazionale Scuola Digitale del 2015 avevano indicato come mete per una transizione culturale e formativa.

Il report rileva alcuni fattori che incidono significativamente sulla povertà educativa digitale: condizione socioeconomica dei genitori, genere, presenza ed utilizzo dei dispositivi digitali a casa.

Educare ai media, coi media, nei media

Siamo in presenza di una nuova povertà, se di povertà educativa digitale si parla: allora si riparta dagli ambienti formativi. Il termine onlife – coniato da Luciano Floridi – coniuga la vita on line e off line in un intreccio che permette di rileggere la Media Education come un’occasione per apprendere, ma anche sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni, attraverso l’utilizzo consapevole degli strumenti digitali, coniugando istruzione e tecnologie quale formula per affrontare le sfide future, come raccontato in questo articolo del nostro giornale

L’approccio del CREMIT alla Media Education prevede una triplice dimensione educativa: estetica, relativa ai codici, ai linguaggi, alle tecnologie; critica, rispetto alle semantiche, ai significati, al senso sociale e culturale; etica in riferimento a valori, responsabilità, cittadinanza.

Per interpretare e agire la Media Education in modo adeguato, rispetto alla complessità del presente, è necessario intrecciare la dimensione estetica con quella critica e con quella etica, ad esempio attraverso la riflessione sull’immagine di sé che ciascuno costruisce attraverso un profilo social, o l’analisi del vocabolario utilizzato in certi prodotti mediali.  In questa logica, la Media Education si pone sempre meno come disciplina a sé, ma diventa organica alla didattica e intrecciata con tutti i saperi.

Scuola e Media Education

Scuola e Media Education

L’esperienza del Covid19 deve essere riletta come una chance per riconsiderare alcune dimensioni del vivere quotidiano, scoprire nuove sinergie, integrare consapevolezze, profondere maggior impegno nella Media Education.

Rilanciare una didattica pedagogicamente attenta a rendere i ragazzi autori, e non vittime, degli ambienti digitali rendendo gli alunni dei content creatorcreatori di contenuti – didattici, invece che passivi fruitori, per esempio attraverso la realizzazione di podcast, escape room didattiche o l’utilizzo di app per il monitoraggio della propria vita digitale e tornare a scuola con la consapevolezza che la povertà educativa digitale si può combattere considerando i media non un  capro espiatorio ma una risorsa.

Leggi anche

Didattica a distanza: Unicef svela il mondo che va a scuola tramite pc

Scuole chiuse e crisi dell’educazione, tra nuovi strumenti e alternative

Ecco come la didattica a distanza rivoluzionerà le università italiane