Il museo fiorentino delle Cappelle Medicee ha approfittato della situazione di stallo innescata dalla pandemia per rinnovarsi grazie a un'innovativa tecnica di biorestauro made in Italy.
Non c’è settore che il Covid non abbia flagellato e quello culturale-artistico lo è stato particolarmente. Ma come avevamo già visto, alcuni musei ne hanno approfittato per apportare dei lavori di manutenzione e restauro data l’assenza di pubblico. Fra questi, c'è anche il museo di Firenze delle cappelle medicee che ha sperimentato un’innovativa tecnica di biorestauro.

Il lavoro di restauro, iniziato nel 2013 e durato oltre otto anni, al gruppo dei musei di Firenze del Bargello ha avuto una decisiva accelerazione solo nell’ultimo anno. I lavori sono stati diretti da Monica Bietti con un team completamente al femminile composto da restauratrici, biologhe dell’Enea e da ricercatrici del Cnr. La peculiarità di questo restauro è stata la tecnica utilizzata.
Batteri pulitori originari della Sardegna
Molti metodi di restauro tra i più avanzati e tecnologici non erano stati in grado di cancellare le macchie scure che rovinavamo il sarcofago di Lorenzo de’ Medici. Grazie però alla preziosa collaborazione dell’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) si è sperimentata per la prima volta la biopulitura ad opera di batteri (SH7, presenti in un sito minerario della Sardegna) che in pratica "mangiano" le sole macchie dal marmo in maniera selettiva.
Studiando secoli di macchie del museo di Firenze
“SH7 ha mangiato Alessandro” dice la direttrice . . .

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