Il museo fiorentino delle Cappelle Medicee ha approfittato della situazione di stallo innescata dalla pandemia per rinnovarsi grazie a un’innovativa tecnica di biorestauro made in Italy.

Non c’è settore che il Covid non abbia flagellato e quello culturale-artistico lo è stato particolarmente. Ma come avevamo già visto, alcuni musei ne hanno approfittato per apportare dei lavori di manutenzione e restauro data l’assenza di pubblico. Fra questi, c’è anche il museo di Firenze delle cappelle medicee che ha sperimentato un’innovativa tecnica di biorestauro.

Il lavoro di restauro, iniziato nel 2013 e durato oltre otto anni, al gruppo dei musei di Firenze del Bargello ha avuto una decisiva accelerazione solo nell’ultimo anno. I lavori sono stati diretti da Monica Bietti con un team completamente al femminile composto da restauratrici, biologhe dell’Enea e da ricercatrici del Cnr. La peculiarità di questo restauro è stata la tecnica utilizzata.

Batteri pulitori originari della Sardegna

Molti metodi di restauro tra i più avanzati e tecnologici non erano stati in grado di cancellare le macchie scure che rovinavamo il sarcofago di Lorenzo de’ Medici. Grazie però alla preziosa collaborazione dell’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) si è sperimentata per la prima volta la biopulitura ad opera di batteri (SH7, presenti in un sito minerario della Sardegna) che in pratica “mangiano” le sole macchie dal marmo in maniera selettiva.

Studiando secoli di macchie del museo di Firenze

“SH7 ha mangiato Alessandro” dice la direttrice del museo di Firenze. Infatti i batteri che sono stati applicati dal team di restauratrici, si sono nutriti di colla, olio e apparentemente fosfati del defunto: risultato degli studi che il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha effettuato nel novembre 2019 sui marmi. Grazie il quale Anna Rosa Sprocati, biologa dell’Agenzia nazionale italiana per le nuove tecnologie, ha potuto scegliere il batterio più appropriato tra oltre mille differenti ceppi. Infatti altri batteri avrebbero fagocitato le stesse sostanze delle macchie, ma anche il marmo di Carrara prediletto da Michelangelo. Importante sottolineare che tutti i batteri  sono innocui per l’uomo.

Microbiologia al servizio del restauro

Sono anni ormai che l’Enea sta utilizzando il biorestauro, ovvero l’impiego di microorganismi e dei loro prodotti come supporto o alternativa ai tradizionali metodi di restauro. Negli anni le tecniche si sono perfezionate fino ad arrivare alla rimozione da opere d’arte o pitture murali, di depositi organici e inorganici senza scalfire minimamente i reperti, come nel caso del museo di Firenze. Il dipartimento “Enea-Lilith” ha un archivio con circa mille ceppi spontanei di batteri con caratteristiche di vario interesse biotecnologico.

Altri interventi in Italia oltre al museo di Firenze

Il restauro del museo di Firenze è stato un vero successo anche se non l’unico. La biologa Sprocati ha utilizzato i suoi insetti anche altrove infatti. Lo scorso agosto, il suo team è riuscito a debellare la cera (lasciata da secoli di candele votive) dal colossale rilievo marmoreo nella basilica di San Pietro a Roma dell’Incontro di Attila e Papa Leone. Altri interventi degni di nota in Italia sono stati effettuati sugli affreschi nella Galleria Carracci a Palazzo Farnese sempre nella capitale, sul Duomo di Milano e sulla cupola della cattedrale di Pisa.

Biorestauro: Made in Italy

Il biorestauro è una tecnica totalmente Italiana che il mondo sta osservando con interesse e curiosità. Migliore di molti trattamenti chimici comparabili e anche di molte innovazioni tecnologiche. Dopo il successo avuto, il biorestauro non si fermerà al museo di Firenze e aprirà nuove strade al lavoro del restauratore. Così come lo studio della microbiologia ci potrà aiutare non solo nel restaurare, ma anche nel prevenire il deterioramento dei reperti più antichi.

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