Secondo una ricerca pubblicata nel 2022 dall’Osservatorio Smart Agrifood il 53% degli italiani presta molta attenzione alla tracciabilità del cibo che porta in tavola. Tra le varie informazioni prese in considerazione dai consumatori al momento dell’acquisto c’è soprattutto la provenienza geografica, tanto che l’italianità del marchio e l’origine della materia prima sono i fattori che maggiormente influenzano le loro scelte. A questo proposito, nel settore agroalimentare, si sta assistendo a una grande diffusione della tecnologia blockchain, che può essere impiegata per monitorare il percorso dei prodotti lungo la catena di produzione, ma anche per promuovere pagamenti e valutazioni delle merci in tempo reale.

Cos’è la tecnologia blockchain

Una blockchain è una catena di dati e informazioni collegati tra loro in una concatenazione cronologica di singole unità, chiamate blocchi, nei quali vengono archiviati dati protetti. All’interno di ogni blocco sono contenute informazioni sul blocco precedente: questi, quando si uniscono, danno vita a una catena dove ogni blocco aggiuntivo si collega indissolubilmente a quelli precedenti. Di conseguenza, le informazioni registrate sono irreversibili in quanto, una volta iscritte in un certo blocco, non possono essere modificate senza alterare tutti i blocchi successivi.

I blocchi che compongono la catena, quindi, danno vita a una catena trasparente, aperta per chiunque voglia verificare la veridicità degli scambi in atto tra i vari nodi.

Pro e contro della tecnologia blockchain nel settore agroalimentare

Come affermato da Alex Giordano su Rural Hack la tecnologia blockchain non incide direttamente sul processo produttivo, ma può avere una serie di benefici per tutti gli attori del settore agroalimentare. Il suo impiego permette di monitorare in tempo reale i prodotti durante tutto il loro percorso di vita sulla catena di produzione: agricoltori, trasformatori, logistica, distributori e vendita al dettaglio.

A questo proposito, quando si ha a che fare con prodotti particolarmente spinosi, per i quali i consumatori vogliono avere particolari garanzie che la produzione avvenga nel rispetto dell’ambiente e dei diritti umani (come cacao, caffè o tonno in scatola), molte ONG internazionali e società di certificazione hanno cominciato a usare la blockchain per fornire queste informazioni al cliente finale.

La tracciabilità e la trasparenza dei prodotti, poi, sono importanti per tenere sotto controllo gli obiettivi climatici dei governi di riferimento: la tecnologia blockchain, infatti, può contribuire a migliore la contabilizzazione delle emissioni di carbonio, aiutando i Paesi a mantenere le loro emissioni di gas serra in linea con gli impegni assunti con gli Accordi di Parigi del 2015.

Per quanto riguarda i contadini, invece, può essere interessante un pagamento in tempo reale dei prodotti oltre che la possibilità di una valutazione della merce in tempo reale insieme agli altri attori della filiera. Ma può essere utile anche per condividere un sistema di informazioni che qualifichi e garantisca la qualità dei prodotti, magari condizionandone il prezzo.

La tecnologia blockchain, però, nasconde alcuni limiti. Dagli aspetti puramente tecnici, come il consumo energetico, fino alla mancanza di legislazioni ad hoc e la scarsa digitalizzazione di molte aziende che operano nel settore agroalimentare. Essa, poi, nonostante permetta di rendere immutabili alcuni dati, non può certificarne la correttezza. Se vengono inserite delle informazioni mendaci in uno dei blocchi della catena non si potrà che avere informazioni mendaci alla fine del processo.

Come vanno le cose in Italia?

La tecnologia blockchain può rappresentare una risorsa per il settore agroalimentare italiano, spesso colpito da casi di contraffazione e italian sounding, una pratica che ha preso piede all’estero e che prevede l’utilizzo, su etichette e confezioni, di parole, riferimenti geografici, e immagini che evocano l’Italia, promuovendone la commercializzazione e inducendo i consumatori a credere che siano veramente italiani.

Al momento si stima che, globalmente, il valore dei prodotti agroalimentari che non sono veramente Made in Italy sia circa di 100 miliardi, con un aumento record del 70% nel corso dell’ultimo decennio. Il volume d’affari delle agromafie, invece, ha raggiunto i 24,5 miliardi.

L’utilizzo della tecnologia blockchain, quindi, se giustamente regolamentata, permetterebbe una tracciabilità efficace di tutta la catena produttiva, permettendo non solo di contrastare l’italian sounding e la contraffazione, ma anche di garantire tutele per i lavoratori e i consumatori.

L’italiano AgriOpenData, per esempio, è un sistema integrato blockchain che, attraverso un codice di sicurezza consultabile tramite lettore QR Code, monitora la filiera di produzione e trasformazione dei prodotti agricoli, in particolare BIO e DOCG. Il codice QR permette di consultare la storia di numerosi prodotti, dalla coltivazione, alla lavorazione, fino allo stoccaggio nei punti vendita, al fine di garantire al consumatore un prodotto certificato e di qualità.

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Marzio Fait

Marzio Fait

Marzio Fait. Studio European and International Studies presso l'Università di Trento e collaboro con alcuni blog e riviste. Mi occupo di politica, ambiente e cibo.

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