E se il Mezzogiorno fosse molto meno immobile di quanto sembra? Uno sguardo nuovo sul Sud Italia.

Da più di un anno, Buone Notizie cerca di monitorare gli effetti della pandemia sul nostro Paese prendendo atto dei problemi ma guardandoli dal punto di vista delle soluzioni. Lo abbiamo fatto anche per quanto riguarda il Mezzogiorno, con un’inchiesta che ci ha permesso di mettere a fuoco un’immagine del Sud diversa dal panorama stagnante che siamo abituati a dare per scontato. Quello che è emerso ai nostri occhi, è infatti un Mezzogiorno “work in progress”: complesso, denso di punti nevralgici ma anche fortemente reattivo.

È dai tempi dell’Unità d’Italia e – più tardi – dalle denunce di Gaetano Salvemini che si parla della questione meridionale come di una ferita aperta. Una piaga che il secondo Dopoguerra e il boom economico non hanno saputo rimarginare e hanno, anzi, in buona parte accentuato. Dati per assodati questi presupposti, c’è però un elemento di cui spesso ci dimentichiamo di tenere conto: le cose cambiano. E molto spesso la nostra percezione della realtà è “datata”: non nasce, cioè, a partire dalle trasformazioni in atto ma si innesta su un fotogramma immobile, che spesso risale ad anni o addirittura decenni prima. Ne parla bene – e in modo molto approfondito – Hans Rosling, medico e statistico svedese fondatore di “Gapminder”.

Nel suo libro “Factfulness”, per esempio, Rosling parla dei cosiddetti Paesi del Terzo Mondo proprio da questo punto di vista: evidenziando come la nostra percezione di molte di queste realtà, rimasta ferma agli anni Sessanta, non tenga conto di importanti trasformazioni che hanno cambiato radicalmente lo stile di vita di diversi Paesi.

La situazione del Sud Italia è senza dubbio diversa ma in parte – per essere capita – va guardata tenendo conto di questa strutturale “dispercezione”. Il Mezzogiorno soffre ancora di ferite profonde che non sono mai state sanate. È una terra scandita da ritardi e contraddizioni ma è davvero solo questo? Evidentemente no. La realtà non è mai un fenomeno a tutto tondo e il giornalismo costruttivo nasce proprio per mettere in luce le sue sfumature.

Ecco allora che nella nostra inchiesta parliamo di startup meridionali attive (anzi, attivissime) sul fronte dell’innovazione così come parliamo anche di punte di diamante che probabilmente sono in pochi a conoscere. Ad esempio, l’osservatorio vulcanologico più importante in Europa, attivo sul fronte della sorveglianza e della prevenzione a livello internazionale.

È però soprattutto sul mondo del lavoro e sui suoi cambiamenti che si focalizza la nostra inchiesta. E in questo senso – a dimostrazione di quanto ogni fenomeno sia ambivalente – è la pandemia che ci ha riservato le principali sorprese. O meglio, non la pandemia ma le trasformazioni innescate dalla difficile congiuntura attuale sul Sud Italia. Abbiamo analizzato e monitorato l’inversione di tendenza che – dopo anni di migrazione al Nord – ha portato molti lavoratori a tornare al Sud cavalcando il fenomeno smart working. Abbiamo intercettato un progetto come South Working e lo abbiamo seguito, intervistandone la fondatrice a più riprese e analizzandone l’impatto anche in termini di ritorno sul patrimonio culturale e sul turismo. Perché portare lavoro al Sud (e farlo in modo nuovo) può influire anche sulla riattivazione di borghi e paesi dimenticati creando non uno, ma tanti circuiti virtuosi.

Parlare anche di ciò che funziona e analizzare ciò che non funziona facendolo, però, alla luce delle possibili alternative: con questa e con le altre “Inchieste di Buone Notizie” cerchiamo di fare giornalismo equipaggiando il lettore di qualche strumento in più. E di uno sguardo “immersivo” che – ne siamo convinti – può davvero fare la differenza.

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Per questo al giornalismo della paura, preferiamo quello delle soluzioni.