La cancel culture si è scatenata contro i simboli e le personalità della Russia da quando è cominciato il conflitto in Ucraina. Non staremo esagerando?

Cancel culture: cos’è e perché se ne parla oggi

La cancel culture, o cultura del boicottaggio, è la tendenza tutta moderna (ma con radici antiche: i precedenti storici sono i famosi ostracismi ateniesi) a cancellare e rimuovere qualsiasi cosa, idea o personaggio che non rispetti i canoni sociali. Questo boicottaggio solitamente si muove a mezzo social: quando qualcuno si esprime in un modo che la comunità web giudica inopportuna, diventa immediatamente un bersaglio e viene estromesso dalla cerchia social, con ripercussioni anche nella vita reale.

Il linguista Noam Chomsky ha “legittimato” l’espressione nel 2020, dicendosi contrario, quando era ormai stata ampiamente sdoganata sui social. Il primo caso di utilizzo massiccio della cancel culture, infatti, risale al 2017, agli albori del movimento Black Lives Matter, che si sarebbe formato ufficialmente nel 2020: all’epoca si parlava di Black Twitter, una comunità social di afroamericani. Chomsky sostiene che la cancel culture, degenerata in pochi anni in una vera e propria furia iconoclasta in nome del politicamente corretto, rappresenti un suicidio per gli stessi movimenti che si proclamano in favore della libertà e della democrazia.

“La censura genera martiri della libertà di parola. I giovani che si definiscono progressisti e che adottano tecniche di soppressione della libertà di parola commettono un suicidio: è un regalo alle destre ed è un principio totalmente sbagliato”.

Cancel culture e guerra

Nelle scorse settimane, dall’esplosione del conflitto in Ucraina, si è parlato molto di cancel culture. Si sono verificati numerosi episodi di boicottaggi o tentativi di boicottaggio di spettacoli di artisti russi e molte personalità della cultura russa sono state invitate a dissociarsi da Putin, pena la perdita di ogni incarico. Al contrario, molti artisti russi o che lavorano in Russia si sono apertamente schierati contro la guerra, anche a discapito della loro carriera: vi abbiamo raccontato in questo articolo la scelta coraggiosa di Jacopo Tissi, primo ballerino del Bolshoi.

La cancel culture è diventata una vera e propria arma civile: i boicottaggi di artisti e pensatori russi del calibro di Pyotr Tchaikovsky, Dmitri Shostakovich e Sergei Rachmaninoff impone una riflessione. Possiamo permetterci di cancellare una cultura millenaria come quella russa, anche quando si tratta di intellettuali e artisti che non hanno nulla a che vedere con la guerra attualmente in corso, essendo morti ormai da secoli?

Quanto possiamo spingerci nel tollerare la libertà di opinione, anche quando va a minare concezioni comunemente accettate? Si può parlare di “accettazione”, in merito alla libertà di opinione, come fosse una concessione, o non sarebbe meglio parlare di “diritto”? E cosa c’entrano le opere e il pensiero di artisti russi, antichi o contemporanei, con un conflitto (quasi) mondiale?

Cosa possiamo (e dobbiamo) fare per arginare gli effetti distruttivi della cancel culture

“L’umanità di base ha la precedenza sull’arte e sulla storia”, ha affermato la Filarmonica di Cardiff, motivando così la sua decisione di annullare l’esecuzione della Sinfonia 1812 di Tchaikovsky, prevista a inizio marzo. Nulla da obiettare, se non fosse che senza conoscenza non possono esserci né arte né storia. E la Filarmonica di Cardiff non può non conoscere la storia della Sinfonia 1812, scritta dal compositore per commemorare l’invasione francese della Russia da parte di Napoleone.

Nei secoli la composizione ha assunto sfumature apertamente pop, con l’arrangiamento da parte della band di rock progressivo Rush e l’utilizzo in una delle sequenze più famose del film V per Vendetta. Ricordare un frammento di storia della Russia, allora terra di conquista e non conquistatrice, poteva essere un’occasione per riflettere sul corso della storia, sugli equilibri politici e geografici e sulla necessità di celebrare la resistenza di un popolo all’invasore.

Se non bastassero queste argomentazioni, Noam Chomsky ne ha di ancor più calzanti. La cultura da sempre ha la funzione di stimolare il confronto, l’incontro tra le persone e anche lo scontro, se costruttivo. Il riferimento devono essere Rosa Luxemburg e Voltaire: reprimere le opinioni scomode significa essere contrari alla libertà d’opinione. Sopprimere l’espressione delle opinioni, anche di quelle divergenti, perché è in atto un conflitto è pericoloso: oggi una guerra, domani qualsiasi altro pretesto può diventare un motivo di censura preventiva.

Annullare l’opera di pensatori e artisti solo perché russi è un’operazione che denota panico e un goffo tentativo di compiacere l’aggredito, rimuovendo qualunque traccia dell’aggressore. La cancel culture in tempo di guerra è figlia di un comprensibile terrore a livello mondiale e desiderio di risposte: un meccanismo psicologico con cui abbiamo familiarizzato durante la pandemia.

Bisogna sforzarsi di combattere la tendenza alla polarizzazione, alla ricerca di un nemico comune e alla repressione del dissenso o di qualsiasi voce provenga dal fronte opposto: ne abbiamo parlato in questa intervista. Ritrovare la calma e la serenità del confronto è fondamentale e come società non abbiamo scuse: le bombe risuonano in Ucraina ma l’Occidente è ancora libero e capace di ragionare a mente fredda.

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Giulia Zennaro

Giulia Zennaro

Giulia Zennaro, redattrice freelance, editor e insegnante di critica giornalistica e giornalismo per bambini. Scrivo per testate culturali e di spettacolo e collaboro con La Nuova Venezia e con BuoneNotizie.it, grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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