Qualche settimana fa in diretta su SkySportF1 gli ex piloti automobilistici e oggi commentatori televisivi di Formula 1 Matteo Bobbi e Davide Valsecchi hanno fatto diversi commenti apertamente sessisti alludendo al corpo di una donna che si trovava inquadrata di spalle.

Poco dopo il programma i due hanno pubblicato, tramite i propri profili social delle scuse che però non sono bastate. L’azienda ha deciso infatti di sospenderli per un intero weekend, impedendogli di commentare la gara successiva.

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Come capita molto spesso in questi casi, il dibattito pubblico e il racconto giornalistico si è subito diviso tra chi sosteneva che non ci fosse nulla di male – accusando un eccesso di politicamente corretto – e chi, dall’altra parte, chiedeva una presa di posizione netta dell’azienda attraverso i provvedimenti più severi.

Tutto ciò mette in mostra una mancanza di focus sulle possibili soluzioni e un’incapacità di affrontare la tematica, fuori dalla logica episodica, chiedendosi: quali sono gli strumenti in possesso di un’azienda per sconfiggere il sessismo e favorire una cultura inclusiva e paritaria? In altre parole, in che modo si sviluppano gli anticorpi a questo genere di battute e si crea consapevolezza rispetto alla gravità delle conseguenze che queste producono?

La lotta al sessismo nelle aziende di “Better place”

A questa domanda, Luisa Rizzitelli risponde “attraverso la formazione e il coaching, ovvero dando alle persone la possibilità di parlare e di confrontarsi sviluppando la consapevolezza di cos’è il sessismo!”  È lei, infatti, l’ideatrice di “Better Place” ovvero di un progetto formativo nato quattro anni fa e patrocinato da Differenza Donna che va nelle aziende per parlare di stereotipi, sessismo, gender equality e tutti i temi legati alla diversity e inclusion attraverso un approccio molto singolare.

Il corpo docenti” ci racconta l’intervistata “è interamente formato da persone che hanno il pregio di essere anche attiviste e quindi quotidianamente impegnate sul tema non solo a livello professionale ma anche nel proprio tempo libero.” Secondo Rizzitelli, “la formazione sul tema del gender equality è imprescindibile per un’azienda che si reputa moderna. L’unico vero risultato efficace lo raggiungi se crei consapevolezza nelle persone della tua azienda nel capire quanto dannoso sia sottovalutare questi problemi. Spesso infatti, ci accorgiamo che il sessismo di una battuta o di un comportamento non viene neanche rilevato perché mancano le basi. Sicuramente le policy aziendali e la presa di provvedimenti in casi gravi hanno il loro senso, ma solo un lavoro di consapevolezza può davvero incidere

Le ritrosie delle aziende

Purtroppo però, in Italia, l’idea di questo tipo di formazione non è ancora entrata a pieno titolo nelle strategie aziendali.  Secondo Rizzitelli i motivi sono da ricercare in due ordini di ragione: “da un lato si pensa che questo problema riguardi solo le donne quando invece è un tema che riguarda tutti e la qualità delle relazioni che si instaurano in un’azienda. La seconda difficoltà, invece, è far capire che parlare di questi temi non significa trasmettere il messaggio che l’azienda abbia dei problemi di pari opportunità e di molestie sul lavoro. Anzi, è un percorso indispensabile per migliorare il clima e anche il proprio fatturato.

Reputazione e una visione limitata di cosa sia veramente la lotta al sessismo limitano in Italia l’importante impatto che potrebbe avere la formazione: “La prima reazione quando proponiamo il progetto è la negazione. Ci viene detto: ‘Ma noi non abbiamo difficoltà di relazione fra uomini e donne’. Noi, allora, cerchiamo di spiegare che questi problemi li abbiamo tutti perché siamo tutti intrisi di una cultura che produce diseguaglianze. Il sessismo c’è sempre e va affrontato con tutta l’azienda, dall’amministratore delegato, allo stagista appena arrivato!

Il futuro della lotta al sessismo nelle aziende

Negli ultimi anni qualche buon segnale non è mancato soprattutto con l’inserimento nel PNRR del Sistema di Certificazione di Parità, in base al quale le aziende che si impegnano a favore di politiche per la parità vengono premiate e sostenute. Questo secondo Rizzitelli è sicuramente “un buon segno e un aspetto positivo” ma ancora troppo timido nella sua implementazione: “Avrei sperato in una spinta e un coraggio maggiori soprattutto rispetto all’obbligatorietà della certificazione.

L’attivista ed esperta di queste tematiche guarda però con speranza al futuro: “Le battute sessiste vengono spesso derubricate come non gravi perché noi adulti ancora valutiamo certi comportamenti come goliardici, scherzosi. Per i più giovani tutto questo è già inaccettabile, quindi rimango positiva. Ma lo sappiamo, la cultura di un Paese nel suo insieme ha bisogno di molto tempo per cambiare.”

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Camilla Valerio

Mi piace scrivere di diritti, sport, attualità e questioni di genere. Collaboro con il Corriere del Mezzogiorno e scrivo per BuoneNotizie.it grazie al progetto formativo realizzato dall'Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.

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