Dall’energia eolica al petrolio, dall’acquacoltura alle biotecnologie. L’acqua è una risorsa indispensabile per la sostenibilità ambientale.

Si tratta di un fenomeno che sta assumendo un ruolo sempre più rilevante e centrale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Complice il punto 14 dell’Agenda 2030 che promuove il conservare e utilizzare in modo durevole le risorse marine per uno sviluppo sostenibile, oltre che sociale. La Blue economy ha aperto le porte a diverse nuove attività, che spaziano dall’energia eolica all’acquacoltura, dal gas alle biotecnologie marine.

Blue economy, l’origine di un’ idea

Quando si parla di “economia blu”, ci si riferisce all’utilizzo di tecnologie innovative finalizzate a un nuovo modello si sviluppo economico, legato per l’appunto all’acqua. Mari e oceani diventano indispensabili per produrre energia, posti di lavoro e per abbassare i costi di produzione attraverso un approccio sostenibile. 

La prima comparsa del termine la troviamo nel libro di Gunter Pauli dal titolo: “Blue economy. 10 anni. 100 innovazioni. 100 milioni di posti di lavoro”. Si tratta di un’evoluzione della Green economy: lo scopo non è più solamente quello di investire risorse per ridurre l’impatto ambientale, ma quello di azzerarle del tutto.

In un’intervista di Rudy Bressa, a dieci anni dall’uscita del primo volume, l’autore spiega che lo scopo è “promuovere un’economia dove le persone sono felici di fare meglio”. E aggiunge che bisogna essere molto più esigenti: non solo modificare l’aspetto economico, ma trasformarlo. 

I settori identificati per attivare una trasformazione radicale sono quello chimico, con l’eliminazione della plastica e delle micro plastiche, quello agricolo, con l’eliminazione del glifosato, e quello energetico. Considerando che il 6% del nostro consumo energetico è dato da Internet, la proposta della Blue economy riguarda la più grande infrastruttura al mondo: la luce. Le onde radio andrebbero sostituite con la luce, che può essere convertita in una sorta di satellite. Dal Wi-fi al Li-fi.

Dietro alla Blue economy si cela il Blue thinking.

Il pensiero che sta dietro la Blue economy è una vera e propria corrente filosofica, che non si basa solo sul ricavo energetico ed economico delle acque marine, ma prende spunto e rielabora i contenuti di una disciplina scientifica ancora poco conosciuta: la biomimesi, che studia i processi biologici della flora e della fauna per cercare soluzioni adatte alle attività umane. 

Proprio come in natura la costante è il cambiamento, e questo avviene in ogni momento, allo stesso modo bisogna approcciare la trasformazione del settore economico. Con la Blue economy si ipotizza, e si spera, che la società opti per un’economia fondata sull’impiego di risorse disponibili localmente. Una cambio di rotta dove l’acqua è il solvente principale: nessun catalizzatore complesso, chimico o tossico. Ed è in questa direzione che alcune iniziative hanno già preso il via.

In Svezia sboccia un fiore per raccogliere la plastica in mare. 

Si chiama Lenka Petrakova l’architetta che ha progettato una stazione galleggiante autosufficiente a livello energetico e destinata a raccogliere la plastica in mare. Il progetto nasce sotto forma di un grande fiore galleggiante chiamato l’Ottavo continente, richiamando l’attenzione all’isola di plastica nell’oceano Pacifico. 

Si ispira ai meccanismi naturali e l’obiettivo è duplice: le barriere che raccolgono i rifiuti servono anche a contenere l’energia generata dalle maree, che a sua volta aziona una turbina per attivare le barriere. Il fiore galleggiante, costruito con i materiali delle navi, è ricoperto di pannelli solari che provvedono a riscaldare i serbatoi di acqua salata per favorire l’evaporazione e utilizzare quindi l’acqua distillata e filtrata per coltivare le piante. Tra queste, la specie delle alofite è in grado di di crescere sui terreni salini  e produrre quindi biodisel . Un ciclo completamente autosufficiente in cui i vasi per le piante saranno creati con la plastica raccolta, utilizzando stampanti in 3D.

Anche in Sicilia i primi passi di Blue economy. 

Lo scorso Novembre è iniziato l’iter di valutazione per il progetto MeDWos (Mediterranean Wind off shore) che prevede la costruzione del più grande parco eolico off-shore galleggiante al mondo. L’idea è quella di depositare 190 turbine a 60 Km delle coste della Sicilia, che forniranno energia a 3,4 milioni di famiglie per un fatturato di 1 miliardo l’anno. 

Un piano dal risonante impatto economico sulla scia del recente 7Seas, il primo parco eolico nel mediterraneo che, con le sue 25 pale, dovrebbe avviare il cantiere nel 2023. Come per il MeDWos, anche il 7Seas prevede l’utilizzo di fondazioni di tipo galleggiante (floating) composte da una struttura principale semisommersa, un sistema che offre diversi vantaggi ambientali per garantire la sicurezza marina. Il progettista è Luigi Severino, che ha firmato anche per il progetto del parco eolico off-shore di Taranto. 

L’indagine di ENEA e del Politecnico rileva l’impatto delle rinnovabili sull’ambiente marino.

Non sono mancate reazioni controverse da parte di associazioni ambientaliste e di enti a sostegno delle riserve naturali, i quali affermano che le pale interferiscono con le rotte migratorie e che nei dintorni si snoda l’area Marina Protetta delle Egadi. Ma in questa direzione stanno proseguendo tutte le analisi del caso: è opportuno capire se il “gioco vale la candela”.

Per l’ecosistema marino, influirebbe di più la presenza di un parco eolico o la sua assenza a favore dei combustibili fossili, con tutte le scorie che si riversano in mare?

Lo studio condotto dal CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare) e dal Politecnico di Milano, ha monitorato per un periodo di 3 anni di due parchi eolici off-shore in Danimarca. Il tentativo era quello di analizzare gli impatti ambientali e faunistici marini che ne derivano, dalla costruzione fino al funzionamento. Ne è emerso che la biomassa di alcune specie è aumentata notevolmente, i rumori e le vibrazioni introdotte non hanno raggiunto livelli dannosi, e non si è registrata una correlazione tra le alterazioni comportamentali e la presenza di campi magnetici. 

Certo, questo non stabilisce se la Blue economy, nel concetto di “azzeramento delle emissioni” sia effettivamente approdata, è presto a dirsi. Ma possiamo quantomeno affermare che è approdato il tentativo di remare in questa direzione, il tentativo di avviare la transizione ecologica. Stiamo assistendo a quel fenomeno che i più filosofici chiamerebbero: la nascita di un’ideologia. 

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