Dal 2000 a oggi le foreste rigenerate sono equivalenti a 82 milioni di campi da calcio.

Qualche giorno fa Trillion Trees ha pubblicato il rapporto “Force of Nature” che mappa gli hotspot del pianeta in cui c’è stata una riforestazione. A livello globale sono 589 mila i chilometri quadrati di foresta rigenerata negli ultimi 20 anni. I 22 miliardi di alberi ricresciuti sono in grado di assorbire una quantità stimata di 6 mila tonnellate di CO2. Trillion Trees è un progetto a cui collaborano il WWF, il Birdlife International (ONG per salvaguardare le specie aviarie) e il Wildlife Conservation Society (società che tutela il patrimonio naturale). L’obiettivo ambizioso è quello di combattere la desertificazione ripristinando le foreste e raggiungere un trilione (un miliardo di miliardi) di alberi entro il 2050.

Come rigenerare le foreste: i metodi più efficaci

L’indagine di mappatura della riforestazione, sotto la guida del WWF, ha avuto inizio nel 2018 e mostra un dato importante. Il modo migliore per ridare vigore alle foreste compromesse e quindi combattere la desertificazione è lasciare indisturbata la natura. La piantina prende in esame tre tipologie di rigenerazione ed esclude le piantagioni commerciali:

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  • il ripristino attivo, in caso di terreno degradato o non capace di rigenerarsi da solo; si opera con la piantumazione sia di aree di alberi che di colture locali;
  • la rigenerazione naturale assistita, che aiuta l’ex foresta a rinnovarsi; si pota, si rimuovono le piante invasive o si chiude il terreno al pascolo;
  • la rigenerazione naturale spontanea, per cui un’area di terra è in grado di rimboschirsi da sola; si tratta dello scenario migliore, perché l’uomo non deve intervenire (modalità hands-off).

Inoltre, il rapporto afferma che è quasi impossibile sostituire integralmente le foreste perdute. Occorrono secoli prima che una foresta seconda e rigenerata diventi ricca di nutrienti e di fauna come una foresta più vecchia. Infine, purtroppo, alcuni ecosistemi non potranno mai riprendersi dal degrado del suolo.

Contro la desertificazione in Italia serve un approccio proattivo regionale

Nel 1994 la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD) ha definito il concetto di desertificazione come il degrado delle terre aride. L’UNCCD individua due grandi cause: il clima che varia in modo anomalo e l’uomo che sfrutta eccessivamente le risorse (foreste incluse). Preservare il patrimonio forestale attraverso la riforestazione è un punto centrale nella lotta alla desertificazione. Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) stima che il 10% del territorio italiano sia molto vulnerabile. La regione più colpita è la Sicilia (42,9% del suolo regionale), seguono il Molise e la Basilicata (24,4%), chiude la Sardegna (19,1% del territorio totale).

Il report del 2006 del Comitato Nazionale per la lotta alla siccità e alla desertificazione afferma che l’approccio proattivo a livello regionale è il modo migliore per combattere la desertificazione. Avere un approccio proattivo significa diffondere una cultura della prevenzione a livello politico. È importante dunque pianificare al meglio gli interventi per sfruttare in modo sostenibile i terreni agricoli, i pascoli e le foreste. Inoltre, occorre adeguare la domanda e l’uso delle risorse naturali alla disponibilità e alla capacità produttiva del suolo locale. Infine, scienziati, amministratori e agricoltori dovrebbero collaborare per una gestione efficace, nonché monitorare l’efficacia delle misure di pianificazione adottate.

Per proteggere i boschi occorre una gestione forestale sostenibile (GFS)

Il concetto di GFS è stato codificato nel 1993 dalla Conferenza Interministeriale sulla Protezione delle Foreste in Europa. Gestione sostenibile significa utilizzare le foreste e i boschi in modo da mantenere la diversità biologica, la capacità di rigenerazione e la produttività. Inoltre, bisogna garantire che i boschi soddisfino i bisogni economici e sociali dell’oggi e del futuro, sia a livello locale che a livello globale. Infine, occorre contrastare i fattori di degrado. Tra questi, i più importanti sono tre: l’uso eccessivo delle risorse forestali, gli incendi boschivi e il pascolo brado in bosco. La GFS si concretizza in diversi tipi di interventi di riforestazione:

  • nelle zone forestali degradate si attuano misure gestionali mirate per contenere o rimuovere il degrado o le cause dello stesso;
  • nelle zone vulnerabili si procede prevenendo la desertificazione e potenziando l’efficienza del sistema foresta.

Infine, un nodo fondamentale da considerare è il rapporto tra GFS, conservazione del suolo e delle acque. Un suolo degradato non è in grado di filtrare gli inquinanti, rischia di franare in caso di forti piogge e non produce. L’acqua, invece, garantisce l’umidità del suolo. Se la quantità di acqua si riduce, si perdono alcune specie di fauna e flora, si compromette la produttività del suolo stesso e si danneggia l’economia locale. Tutti questi fattori sono profondamente interconnessi tra di loro e determinano una riforestazione efficace.

La normativa italiana sulle gestione sostenibile delle risorse forestali

L’impegno dell’Italia nella GFS è sancito dal Decreto Legislativo 227/2001. Il particolare, si attribuisce alle Regioni il compito di definire le linee di tutela, conservare e valorizzare il settore forestale di competenza. A tal proposito, le amministrazioni redigono i Piani Forestali Regionali sulla base di linee guida nazionali. Inoltre, le Regioni si attengono alle norme contro il rischio di desertificazione: è vietato trasformare i boschi per altri usi; secondo, si devono recuperare i boschi se degradati. Nel 2005 il Ministero dell’Ambiente ha emanato le Linee guida di programmazione forestale. Tra queste, mantenere i boschi in ottime condizioni strutturali e funzionali e realizzare su internet un quadro aggiornato e consultabile degli interventi forestali.

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