Il coronavirus ha avvicinato il Patrimonio Culturale alle tecnologie digitali. Quali gli effetti?

Dallo smartworking ai bitcoin, dal food delivery ai tour virtuali, la pandemia ha senza dubbio intensificato l’utilizzo dell’online sviluppando i concetti di realtà aumentata e realtà virtuale. Tecnologie, queste, che avvicinano sempre più l’esperienza fisica a quella informatica. Il settore culturale ha in tal senso subito un cambiamento specifico. Un sondaggio della NEMO (Network of European Museum Organisations) indica che il 60% dei musei del mondo ha aumentato la propria presenza su internet nel 2020, registrando un incremento di visitatori virtuali del 40%. Siti web dinamici, strategie social, app, videogiochi e cataloghi digitali sono solo alcuni degli strumenti virtuali potenziati dai musei. Oltre a ciò, la ricerca promette grandi passi avanti nello studio del Patrimonio Culturale grazie all’ausilio delle nuove tecnologie. Ma quale la situazione italiana e quali i pro e i contro di questo fenomeno?

La digitalizzazione del Patrimonio Culturale in Italia

In Italia, realtà aumentata e virtuale dei beni sono fatti ancora poco tangibili: stando all’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali del Politecnico di Milano, solo un museo su quattro ha un piano strategico di digitalizzazione. Ma dal mondo della ricerca c’è un certo fervore per far sì che le cose evolvano. Il DTC (Distretto Tecnologico Beni e Attività Culturali), ad esempio, porta avanti le sue attività ricevendo finanziamenti dalla Regione Lazio e dal MIUR per lo sviluppo di progetti formativi.

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La carenza di competenze dedicate ai nuovi strumenti tecnologici porta iniziative come quella del DTC a valorizzare metodi di fruizione digitale. Realtà aumentata e realtà virtuale trovano terreno fertile anche in tutto ciò che riguarda la didattica dell’arte e la salvaguardia del Patrimonio Culturale. Sul fronte universitario è La Sapienza di Roma tra le prime università a presentare corsi sperimentali formativi. Uno di questi è “Dall’oggetto reale al modello digitale parametrico” del professore Marco Fasolo che avrà inizio giorno 24 maggio. Studi, questi, che forniscono a opere di interesse culturale molti benefici.

Edutainment, ricerca e salvaguardia

Il grande vantaggio della digitalizzazione applicata ai beni sta nell’incremento dei visitatori e nel coinvolgimento di fasce d’età sempre più giovani. Un corretto uso dello storytelling digitale riesce inoltre a creare edutainment, ossia un intrattenimento educativo. I benefici si riscontrano anche nello studio del patrimonio: «la digitalizzazione di un bene culturale – ci racconta Flavia Camagni, giovane ricercatrice del Dipartimento di Storia, disegno e restauro dell’architettura alla Sapienza, permette di creare un gemello digitale del soggetto studiato. La copia virtuale, una volta creata, permette di essere studiata e analizzata da tutti i punti di vista. Il gemello digitale inoltre ha anche il vantaggio di documentare e preservare la memoria del bene in caso di improvvisa perdita».

Diritti d’autore e “mostre blockbuster”

Ma cos’è esattamente una copia virtuale? Detto senza tanti giri di parole, digitalizzare un’opera vuol dire trasformare un’immagine, un suono, un documento, un oggetto o un intero sito archeologico in formato digitale e quindi con possibilità infinita di riproduzione e circolazione. Al fine di evitare atti illegali, da un punto di vista giuridico è dunque importante individuare il soggetto a cui spetta il diritto sul bene che si intende sottoporre a digitalizzazione. Si distinguono infatti le opere protette dal Codice dei Beni Culturali secondo il DL n.42 del 22 gennaio 2004, e le opere protette tramite Legge d’Autore (Legge n.633 del 22 aprile 1941) ovvero quelle opere non riconosciute come appartenenti al Patrimonio Culturale.

 Tuttavia, nel caso dei beni pubblici, è caldo il dibattito sul Codice dei Beni Culturali (art.108) che prevede il limite del lucro, ossia il pagamento dei diritti alla Pubblica Amministrazione. In un’era digitale come la nostra, in cui la società non è solo fruitrice ma anche creator di nuovi contenuti culturali, si discute in Parlamento se abrogare o meno questa legge al fine di scoraggiare l’interesse a rivendere le immagini in un improbabile mercato digitale.

L’ausilio delle strategie digitali per l’edutainment, invece, non deve incentivare l’effetto “mostre blockbuster”: eventi cioè di contenuto scadente e business art che non intendono sviluppare la ricerca artistica o arricchire la conoscenza, bensì creare esclusivamente introiti. «È necessario trovare sempre nuovi modi per convincere il pubblico a visitare i musei  – conclude Camagni – senza cadere però nell’errore di ricercare l’effetto sorpresa a tutti i costi a discapito dei contenuti». Fondamentale è dunque trovare una via di mezzo per far sì che prolifichi sia la fruizione del bene sia il suo valore.

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