Lapilli e ceneri dell’Etna utilizzabili per alcuni settori produttivi. Ecco come l’ecosostenibilità si fa strada nel ventre dei vulcani.

Questi primi mesi del 2021 sembrano essere stati all’insegna delle eruzioni vulcaniche. A febbraio le eruzioni stromboliane del nostro Etna (ancora in attività) sono state seguite da colate laviche del vulcano Pacaya in Guatemala, e a marzo dal Fagradalsfjall in Islanda; eruzioni, queste, che hanno avuto stili diversi nonché impatti sociali diversi. La potenza dei vulcani marca il territorio limitrofo non solo da un punto di vista fenomenico ma anche fisico: i materiali piroclastici usciti dal ventre di magma sono spesso in quantità tali da creare un problema per il loro smaltimento. Questi materiali sono però oggetto di studio molto prezioso per i ricercatori, nonché punto d’incontro tra ecosostenibilità e vulcani.

La crosta terrestre gode di una grande vastità e varietà di vulcani, le quali attività ed elementi hanno dinamicità e composizione diverse. Esistono infatti vulcani innocui e vulcani dal potenziale distruttivo elevato. Oltre a studiarli per questioni prettamente scientifiche occorre divulgare questa loro complessità, sia per prevenire disastri naturali (e in questi casi esistono progetti dedicati come Eurovolc) sia per scavare più a fondo sulle loro potenzialità ecosostenibili.

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Lo studio dei materiali piroclastici

Lo studio sul recupero dei materiali piroclastici gravita intorno ad aree con vulcani attivi. Studi che nella letteratura scientifica sono rintracciabili solo negli ultimi 15-10 anni e prevalentemente convergenti in luoghi come il Giappone e la Nuova Guinea.

REUCET (Recupero e utilizzo delle ceneri vulcaniche etnee) è il più importante studio, a livello europeo, su materiale vulcanico, svolto presso l’Etna. Il progetto si sviluppa nell’ambito del Bando per il co-finanziamento di progetti per lo sviluppo di nuove tecnologie di recupero, erogato dal Ministero della Transizione Ecologica. L’unicità di questa ricerca, coordinata dal professore Paolo Roccaro del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Catania, sta proprio nell’aver analizzato – per la prima volta in modo concreto – l’applicabilità del materiale piroclastico etneo.

«Partecipammo al bando perché nasceva in sede a una serie di iniziative nella gestione dei rifiuti e recupero di risorse – racconta a BuoneNotizie.it la docente responsabile Loredana ContrafattoLo articolammo centrando come problema quello del riciclo dei rifiuti dell’Etna. La cenere etnea è un problema del territorio molto sentito per le pubbliche amministrazioni, quindi si pensò di  fare una cosa che motivasse anche i politici e le amministrazioni e per avviare una catalogazione del materiale».

Normativa e fattori di ecosostenibilità nei vulcani

REUCET è stato condotto da diversi gruppi di ricerca del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura, del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali e del Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Catania e ha fatto emergere il possibile utilizzo del materiale piroclastico etneo nei settori dell’ingegneria civile e ambientale. «Abbiamo riscontrato un’applicabilità per le malte e gli intonaci alleggeriti e isolanti – spiega a BuoneNotizie.it il professore Roccaro –, pannelli isolanti ad hoc, oltre che per le ceramiche. A tutto questo però si aggiunge la complessità di carattere normativo».

Una normativa end of waste (cioè che converta il materiale da rifiuto in materiale da riciclo) è infatti ancora in fase di studio da parte del Ministero della Transizione Ecologica. Questa normativa sarà fondamentale per riconoscere cenere e lapilli caduti su territorio pubblico.

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