I progressi nelle neuroscienze politiche stanno portando a scoperte cruciali in merito alle radici del pensiero e dell’azione umana, addentrandosi nel “cervello politico”. Se da un lato la neuropolitica e le tecniche per approfondire le dinamiche dei processi decisionali diventano sempre più sofisticate, dall’altro risulta fondamentale intraprendere un lavoro su di sé per conoscere gli elementi chiave che guidano le nostre decisioni.

La neuropolitica: cos’è e su quali piani agisce

La forte alleanza tra neuroscienze, big data e marketing, sta sviluppando strumenti sempre più evoluti in grado di monitorare le nostre funzioni cognitive, mettendo in discussione la capacità degli individui di compiere scelte autonome. La neuropolitica è una branca delle neuroscienze piuttosto giovane, che indaga le implicazioni cerebrali degli esseri umani nel campo della politica. Come valutiamo un candidato? In che modo prendiamo una decisione elettorale? Che tipo di atteggiamento sviluppiamo rispetto ai partiti? Queste sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere la neuropolitica, attraverso la commistione di diverse discipline, tra cui le scienze politiche, la psicologia, la genetica comportamentale, la primatologia e l’etologia.

Sono molteplici i leader che negli anni hanno utilizzato gli strumenti della neuropolitica; secondo il New York Times “le campagne di presidenti e primi ministri, in almeno tre continenti, hanno assunto consulenti scientifici per scansionare il cervello, i corpi e i volti degli elettori; il tutto con l’obiettivo di aumentare la loro risonanza emotiva con l’elettorato”. Le tecnologie adottate sono varie: strumenti per misurare le onde cerebrali, l’eccitazione cutanea, la frequenza cardiaca o le espressioni facciali degli elettori. Messico, Polonia, Turchia e molti altri paesi le hanno sfruttate sia nei periodi di campagne elettorali, che in fase di governo.

Alcuni neuroscienziati restano critici rispetto alle promesse predittive della neuropolitica, ritenendo che la misurazione di una particolare attività cerebrale in un elettore di fronte a un candidato non sia elemento sufficiente per determinarne l’agire politico. I fattori in gioco sono sicuramente complessi e variegati, consci e inconsci.

Affrontare le paure per favorire una neuropolitica virtuosa

In merito all’influenza degli aspetti inconsci sulle scelte politiche, risulta interessante quanto emerso da una recente ricerca condotta da George Marcus, professore di antropologia presso l’università del Michigan, che afferma:

“la paura e l’ansia hanno un ruolo importante nella ricerca ed elaborazione delle informazioni da parte degli individui e su come successivamente questi prendono decisioni”.

Più in generale, “l’ansia sembra aumentare l’avversione degli individui al rischio e diminuire la loro volontà di partecipare politicamente”.

Resta ancora molto lavoro da fare per comprendere come gli strumenti della neuropolitica possano dare informazioni per influenzare l’elettorato facendo leva su ansie e paure. Quello su cui però punta l’attenzione lo storico Yuval Noah Harari è che gli esseri umani, sono animali hackerabili. “I computer vengono violati attraverso linee di codice difettose preesistenti. Noi veniamo hackerati attraverso paure, odi, pregiudizi e desideri preesistenti. Gli hacker non possono creare paura o odio dal nulla, ma quando scoprono ciò che le persone già temono e odiano, è facile premere i pulsanti emotivi rilevanti”.

L’intelligenza artificiale, la bioingegneria e quindi la stessa neuropolitica, stanno cambiando radicalmente il corso dell’evoluzione, per questo è particolarmente importante prendersi il tempo per conoscersi nel profondo e mettersi vis a vis con le proprie paure e fragilità. Come? Il primo passo è scegliere di farlo.

Leggi anche

Metaverso: dall’internet delle cose all’internet della vita?

Intelligenza artificiale: cos’è e perché è tempo di conoscerla

Giulia Angelon

Giulia Angelon

Appassionata di creatività, potenziale umano, innovazione e natura. Laureata in Relazioni Internazionali e Local Development, ho conseguito uno Short Master in Gestione della Sostenibilità Aziendale. Ho lavorato nella Cooperazione Internazionale, per poi dar vita ad un'Associazione di Promozione Sociale che si occupa di innovazione socioculturale e ambiente. Sono affascinata dall'essere umano e da come questo possa esprimersi grazie a creatività e innovazione. Ho fondato una Società Benefit per lavorare concretamente in questo campo. Da vari anni sono impegnata in percorsi di scoperta e crescita personale. Scrivo per BuoneNotizie.it perché amo la forza creatrice che genera l'atto di comunicare quando nasce dal cuore.

Vuoi diventare giornalista?

Sei un aspirante pubblicista, ma non hai ancora trovato editori disposti a pagare i tuoi articoli?

Scopri di più