Chiunque utilizzi un social ha avuto a che fare con il social sharing. Con questa espressione si fa riferimento ad abitudini ormai radicate nel nostro vissuto quotidiano: la condivisione di contenuti attraverso piattaforme social. Il mondo delle comunicazione è così diventato talmente interattivo da portare gli esperti a parlare di Social Web e non più di Web 2.0.

Come ogni anno, We Are Social e Hootsuite hanno pubblicato il Digital 2022 Global Overview Report, un report che raccoglie le principali informazioni inerenti l’utilizzo degli strumenti digitali. Basta citare alcune cifre di questo rapporto per rendersi conto del fenomeno. Nel mondo gli utenti social sono 4,62 miliardi su una popolazione mondiale di 7,91 miliardi. In media ogni utente spende sui social due ore e ventisette minuti. [aggiungi il riferimento temporale: “al giorno”?] In Particolare in Italia su una popolazione di 60 milioni circa, il 71% è attiva sui social. Ad oggi Facebook resta la piattaforma più utilizzata nonostante si stiano affacciando nuove tendenze come nel caso dell’app BeReal.

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I numeri mettono in luce l’importanza della gestione dei social che di fatto plasma la nostra quotidianità. Alla base del social sharing ci sono l’interazione e la partecipazione attiva degli utenti. Gli smartphone hanno agevolato le pratiche di condivisione, avendo reso più accessibili, immediate e presenti le app che lo rendono possibile.

We Are Social, Digital 2022 Global Overview Report

Motivi di utilizzo dei social media, fonte wearesocial.com

Social sharing, condivido dunque sono

Se da un lato la tecnologia ha favorito la diffusione dei social media, dall’altro bisogna ricordare che il bisogno di condividere è fondamentale per l’essere umano. Il noto psicologo Abraham Maslow, nel 1954 nella sua piramide dei bisogni, nota come piramide di Maslow, aveva già messo in evidenza che oltre ai bisogni fisiologici ne esistono altri legati alla sfera emotiva e sociale, cioè quelli legati alla sicurezza e alle relazioni ma anche quelli relativi alla stima e all’autorealizzazione. In sostanza condividiamo per appartenere, sentirci stimati e riconosciuti e per sentirci infine socialmente realizzati, è questo il motore alla base del social sharing.

Proprio perché questa modalità di fruizione della rete tocca sfere delicate della nostra umanità non mancano i rischi. Abbiamo già parlato di phubbing e degli effetti di un’eccessiva dipendenza, al punto che nel 2004 è stato coniato l‘espressione Fear Of Missing Out (FOMO) per descrivere la paura di essere tagliati fuori dalla vita digitale.

Tra i sintomi della dipendenza da social si possono elencare stress, irritabilità, alterazione dell’umore e disturbi del sonno causati dall’allontanamento dalle abitudini digitali. A queste vanno aggiunti una serie di studi che evidenziano la pericolosità di una vita “troppo social” per gli adolescenti, che vanno incontro a situazioni di disagio psichico in seguito al continuo confronto con gli altri utenti.

Il lato positivo dei social

Le soluzioni ci sono come abbiamo visto e occorre ricordare che il social sharing non va demonizzato in quanto è un attività soggetta alla responsabilità personale e di per sè neutra. Se utilizzati in modo opportuno, i social media possono essere una risorsa in ambito lavorativo. Molte nuove professioni sono incentrate sulla creazione e condivisione di contenuti, come nel caso dei content creator, dei blogger, dei social media manager o degli influencer. Ci sono anche azioni da cui gli utenti possono trarre beneficio, si pensi a ciò che avviene con la condivisione di una recensione o di buone notizie, migliorando la qualità della vita.

Indubbiamente il social sharing oggi è una prassi inevitabile e onnipresente che, se ben governata e sfruttata, può essere un valore aggiunto per una società che è sempre più interconnessa, a patto che si condivida responsabilmente.

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Giacomo Capodivento

Giacomo Capodivento

Insegno religione dal 2012. Laureato in Comunicazione e Marketing e studente in Comunicazione e innovazione digitale. Per me occuparmi di comunicazione è una questione politica. Oggi collaboro con BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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