L’utilizzo compulsivo del cellulare può essere una minaccia. La soluzione? Una sana dieta digitale.

Il termine phubbing nasce nel 2012 in Australia, dall’unione delle parole “phone” e “snubbing”, ovvero il nostro “snobbare”. Questa parola sta ad indicare un atteggiamento passivo verso l’ambiente circostante, causa un’eccessiva attenzione al proprio cellulare.

Già allora, la preoccupazione verso questa abitudine aveva spinto Macquarie Dictionary, il dizionario australiano-inglese, a creare una campagna intitolata “Stop Phubbing“, mirata a segnalare chi preferiva controllare il proprio smartphone, piuttosto che socializzare.

Diversi individui vennero colti in flagrante, tra cui star mondiali come Jay-Z. I fotografi dell’NBA, maggior campionato di basket statunitense, notarono come il rapper guardasse spesso il cellulare, nonostante le partite in corso.

Quella sottile linea tra noia e dipendenza

Secondo un sondaggio di Wiko, brand di telefonia da sempre interessato alle dinamiche del mondo digitale, l’81% dei votanti prova forte disagio verso il phubbing, seppur un buon 70% degli stessi ammetta che, qualche volta, una sbirciata allo smartphone viene data.

Ma è analizzando in maniera più approfondita questi dati che si possono capire le vere motivazioni del perché le persone si perdano su internet. Paradossalmente, solo il 23% afferma di preferire davvero il cellulare ad una buona compagnia, ovvero meno di una persona su quattro.

Il 78% trova conforto nello schermo principalmente per noia, mentre il 22% addirittura lo fa quando la conversazione in corso è troppo complicata o impegnativa. Una persona su tre, comunque, ha forti difficoltà a tenere il cellulare in tasca, preferendolo avere sempre a portata di mano.

Le ultime statistiche non riguardano gli utenti, bensì le “vittime” di questa abitudine, che, però, dimostrano come il mondo si sia piano piano adattato questa dinamica quotidiana: il 61% accetta e giustifica il phubbing se si è in attesa di un messaggio importante e il 39% va ben oltre, ritenendo normale controllare il telefono e tenersi aggiornati.

Phubbing: che rapporto si può avere col proprio smartphone?

(foto da Pixabay – icsilviu)

Meno smartphone, più realtà: gli effetti positivi della dieta digitale

Secondo Larry Rosen, psicologo della California State University, controllare di continuo il cellulare provocherebbe ansia e gli aggiornamenti provenienti dalle altre persone, che si tratti di foto o stati, porterebbero ad un drastico calo della propria autostima . Durante una puntata della CNBC, celebre emittente televisiva americana, lo stesso Rosen riassunse il concetto in una sola frase:

La maggior parte delle persone controlla il cellulare ogni 15 minuti o meno, anche se non ha notifiche.

Guardando il rovescio della medaglia, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: Alessio Carciofi, docente in digital marketing presso le università di Pisa e Perugia, spiega nel suo libro “Digital Detox” (Hoepli, 2017) come disintossicarsi dalla tecnologia porti ad un aumento del 40% della produttività sul posto di lavoro, oltre a guadagnare due ore al giorno di tempo da dedicare a sé stessi.

Catherine Price, giornalista scientifica, sottolinea come disattivare le notifiche o creare delle stanze “anti-cellulare” porti a ridurre l’irrefrenabile voglia di monitorare gli schermi, diminuendo fortemente il rischio di phubbing.

La verità, come spesso accade, sta quindi nel mezzo: la società è consapevole che nelle nostre mani c’è solo un semplice telefonino, ma un’intero universo a disposizione, capace di soddisfare ogni nostra esigenza.

Nonostante questo, trovare un’equilibrio tra queste due dimensioni, quella sociale e quella on-line, non porta vantaggi solo alle nostre relazioni personali, ma influenza positivamente i nostri stati d’animo e la nostra autostima.

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