Dalla normativa ai fatti. Così i beni confiscati alla mafia diventano occasione di rilancio economico e sociale. 

A 25 anni dalla legge 109/1996, che prevede il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alla mafia, l’associazione Libera pubblica il dossier #fattiperbene, sull’andamento della situazione relativa alle tre tipologie di beni: mobili, immobili e aziendali. L’analisi evidenzia più di 36.000 beni immobili confiscasti dal 1982 a oggi e 4384 aziende, con una progressione storica che registra un forte aumento dal 2010 al 2019 (da 5 a 441). 

Un successo definito da una serie progressiva di interventi mirati. 

La legge 109/96 è stata pubblicata ufficialmente il 7 Marzo del 1996, ma risulta il culmine, o il punto di partenza se vogliamo essere ottimisti, di un iter legislativo durato più di 30 anni. Già con la legge 575 del 1965 si parlava infatti di confisca dei beni e del loro riutilizzo. Con la legge Rognoni-la Torre del 1982 si è poi cercato di assegnare valore al piano normativo, seppur con qualche carenza organizzativa, per arrivare alla legge 109/96 che ha definito in maniera dettagliata le modalità operative.

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Questa, a sua volta, è stata poi inglobata nel Codice Antimafia del 2011: il punto di riferimento completo e meglio interpretabile relativo alle procedure di sequestro e successiva riqualifica.

Nell’ambito della legislazione contro le organizzazioni di stampo mafioso,  le misure riguardanti la confisca dei beni di proprietà sono un barlume di speranza. Tra le difficoltà nell’imputare e condannare le associazioni mafiose e i loro protagonisti, risulta certamente il più immediato perché colpisce direttamente il patrimonio accumulato illecitamente. Quello stesso patrimonio che funge da movente nella maggior parte delle azioni criminali compiute per mano delle cosche; il riciclaggio di denaro sporco per intenderci.

La normativa prevede che il sequestro sia disposto dal tribunale quando il valore dei beni posseduti risulta sproporzionato rispetto a quelli dichiarati e, nello specifico, quando il condannato non è in grado di dimostrarne la provenienza. 

Un impegno notevole reso possibile dal proficuo contributo di Associazioni come Libera, che hanno attivamente promosso iniziative e strategie di riqualifica.

I numeri non smentiscono gli sforzi in atto per riqualificare i beni confiscati.

L’Associazione Libera è stata fondata da Don Luigi Ciotti nel 1995, negli anni fulcro del proliferare del fenomeno mafioso. Tra il 1992 e il 1993, a seguito di numerose azioni criminali, le persone cominciarono a prendere coscienza della necessità di attuare misure imminenti per contrastare quella che ormai si era trasformata in una questione di massa. Quella più efficace si rivelò il fare leva proprio sul patrimonio economico mafioso, che aveva il potere di tenere sotto controllo intere fasce della popolazione. 

A 25 anni di distanza Libera ha pubblicato il report #fattiperbene con lo scopo di fare luce sull’andamento della riqualifica degli immobili sequestrati. Stando ai dati, risultano  36.616 i beni immobili confiscati dal 1982 a oggi, e di questi 17.300 sono stati destinati a consegnati all’Agenzia nazionale per finalità istituzionali e sociali. Gli altri 19.300 sono ancora da destinarsi perché presentano difficoltà e irregolarità urbanistiche. 

L’andamento presenta ad ogni modo un crescendo negli anni: dal 1982 al 1996 ci sono state 1263 confische e 34 destinazioni. Dal 1996 al 2008 altre 1023 confische con 315 destinazioni,  e dal 2009 a oggi si arriva alle 36.000 confische totali. 

 

Riqualifica

La mappa mostra la distribuzione dei beni confiscati e al loro riqualifica.

 

Ma come vengono gestiti e riassegnati i beni sequestrati? 

A partire dagli anni 2000 si sono compiuti importanti passi avanti anche dal punto di vista dell’assetto organizzativo e gestionale, al fine di snellire le procedure e non cadere nel “tranello” delle perdite di tempo. All’interno delle prefetture è infatti stato istituito un fondo destinato al finanziamento gestionale degli immobili confiscati, costituito dal ricavato dalla vendita di beni mobili a loro volta confiscati.  Le risorse vengono utilizzate per il risanamento di quartieri urbani degradati, prevenzione e recupero di strutture scolastiche e attività imprenditoriali per giovani disoccupati. 

Nel 2008, con la nascita dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità, composta da magistrati e dirigenti di uffici governativi, si è dotato l’ordinamento di un valido sostegno nel processo di confisca. Un tramite tra istituzioni e associazioni, e un significativo passo avanti in termini di impatto sociale. 

La riqualifica dei beni confiscati è una grande opportunità di sviluppo economico e sociale.

Tra le realtà nate da questi processi c’è la Cooperativa sociale Pio La Torre a San Giuseppe Jato che gestisce 180 ettari di terra, distribuiti su 8 comuni differenti.  Dal 2007 si dedica alla coltivazione di cereali, legumi, uva, ortiche e olive. Il tutto seguendo il metodo della produzione biologica nel rispetto della biovidersità, e dell’ecosistema.  Un progetto che oltre a garantire e a promuovere un concetto di sostenibilità, si premura di curare l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, creando opportunità occupazionali. A oggi sono presenti 18 lavoratori, 4 soci volontari e 3 soci sovventori. 

Altro esempio simile è l’associazione Valle del Marro Libera Terra a Polistena, che ha svolto nelle scuole un lavoro di integrazione e sensibilizzazione nella lotta al contrasto alle mafie. Sono stati organizzati anche soggiorni per studenti stranieri all’interno del progetto Erasmus + con l’associazione Francese Crim’HALT: un’occasione poter creare legami e future iniziative tra i vari Paesi. 

Dall’Europa arrivano segnali positivi in tema di riqualifica.

Stando al report europeo, si registra un’excursus positivo di azioni concrete nella pratica del riutilizzo pubblico. Dopo l’Italia, che in questo ha dimostrato intraprendenza e continuità, 19 Paesi hanno adottato una legislazione mirata e 4 hanno già attivato delle pratiche di riutilizzo. E non si tratta di una scelta compiuta da un ente unico come può essere la Commissione Europea, ma della scelta individuale di ciascuno dei governi nazionali che hanno optato per dare rilievo alla riqualifica dei terreni confiscati. Non un’imposizione quindi, ma un atto volontario.

Anche se c’è da dire che la Commissione Europea, dal canto suo, non è rimasta indifferente e ha provveduto all’integrazione di fondi ad hoc nel programma di ripresa “Next Generation EU”. 

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